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Con il giuramento del nuovo Presidente della Repubblica, che succede a sé stesso, si è concluso nel modo migliore un passaggio istituzionale molto delicato, gravido di conseguenze per la vita della Repubblica. Da molti questo esito è stato avvertito come frutto della crisi politica del sistema che avrebbe portato all’impossibilità del Parlamento di assumere delle decisioni perché in preda ad una sorta di anarchia. E non sono mancate le bordate per l’elezione diretta del Presidente della Repubblica, presentata come un rimedio all’incapacità del Parlamento. Per altro verso il ricorso al secondo mandato è stato letto come uno sfregio alla Costituzione, una forzatura che legittima una prassi pericolosa per la vita democratica. In realtà la Costituzione non vieta un secondo mandato ma lo considera sfavorevolmente, cercando di evitare, con l’introduzione del semestre bianco previsto dall’art. 88, che il Presidente possa utilizzare il potere di scioglimento delle Camere per propiziare la sua rielezione. Come ha osservato Massimo Villone, la mancanza di un divieto si deve leggere come un margine di elasticità del modello costituzionale, che è un connotato essenziale di tutta la forma di governo. Non si tratta di un difetto, ma di un pregio della Costituzione che garantisce la possibilità di funzionamento del sistema anche nelle situazioni di crisi, come quella attuale. La rielezione di Mattarella è stata la medicina necessaria per tenere in equilibrio il sistema delle  garanzie attraverso il meccanismo dei pesi e contrappesi. La presenza di Mattarella al Quirinale fa si che nella nuova legislatura il Presidente della Repubblica sia distinto e autonomo dalle maggioranze di governo, quali che esse siano. Ciò consentirà al Capo dello Stato di esercitare quella vigilanza costituzionale che la Carta gli richiede, funzione essenziale in presenza di gravi patologie della democrazia. Non possiamo ignorare che negli ultimi venti anni si sono alternate al potere forze politiche estranee se non addirittura avverse ai valori della Costituzione, a cominciare dall’antifascismo. Queste forze politiche sono portatrici di una visione istituzionale ostile alla divisione dei poteri ed in particolare a quello scoglio insuperabile di pluralismo istituzionale rappresentato dal sistema di indipendenza della magistratura. Se negli anni passati non è stata instaurata la dittatura della maggioranza, ciò è avvenuto perché le istituzioni di garanzia, Presidente della Repubblica, Corte costituzionale e potere giudiziario indipendente hanno sostanzialmente resistito alla bufera. Se le medicine servono ad abbassare la febbre nell’organismo, tuttavia hanno sempre delle controindicazioni: “il risvolto negativo – osserva Raniero La Valle – è semmai che il raddoppio di un lungo settennato possa portare con sé un’errata percezione di un rapporto di necessità tra il destino di una persona e il destino del Paese, con l’idea sullo sfondo dell’Uomo della Provvidenza o dell’uomo solo al comando”. Tuttavia l’esperienza politica del primo settennato di Mattarella, pur con le sue luci ed ombre, ci porta ad escludere che il personaggio possa indossare le vesti dell’uomo della Provvidenza. Semmai dobbiamo augurarci che egli abbia più mordente nel contrastare gli eventuali abusi di potere di governo e maggioranza e che di fronte ad un nuovo decreto Salvini sappia dire un no rotondo invece di limitarsi a mandare una letterina.

Contrariamente alla narrazione comune, le modalità che hanno portato all’elezione del Presidente della Repubblica non mettono in evidenza una supposta crisi del Parlamento ma fanno emergere lo stato comatoso dei partiti politici. Nel momento in cui si diventa parlamentari non per virtù politiche, etiche o culturali, ma esclusivamente per fedeltà al Capo politico, non c’è più una fede, o quantomeno una cultura politica comune che possa tenere uniti i gruppi parlamentari e consentire una sintesi con le altre culture presenti in Parlamento. La vera emergenza sotto il profilo istituzionale è la qualità della rappresentanza. Nel suo discorso d’investitura Mattarella ha messo il dito nella piaga, osservando che: “La qualità stessa e il prestigio della rappresentanza dipendono, in misura non marginale, dalla capacità dei partiti di esprimere ciò che emerge nei diversi ambiti della vita economica e sociale, di favorire la partecipazione, di allenare al confronto. I partiti sono chiamati a rispondere alle domande di apertura che provengono dai cittadini e dalle forze sociali. Senza partiti coinvolgenti, così come senza corpi sociali intermedi, il cittadino si scopre solo e più indifeso.” Quello che Mattarella ha descritto in fondo è il ruolo che la Costituzione assegna ai partiti politici. Per recuperate questo ruolo e consentire di nuovo ai partiti di diventare un canale di collegamento fra la società e lo Stato, bisogna ridare ai cittadini la possibilità di scegliere i propri rappresentanti.

Di qui l’urgenza di una riforma elettorale proporzionale che restituisca lo scettro al popolo sovrano.

di Domenico Gallo

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