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Addio a Pio Barzaghi, Iandoli: scompare l’ultimo esponente di una famiglia di artisti

“In una Avellino e un’Irpinia tutta principalmente attenta in questi giorni alle oramai prossime consultazioni elettorali, finalizzate alla nomina del nuovo Presidente della Giunta Regionale della Campania, e ovviamente dell’altrettanto nuovo Consiglio Regionale, ai più sarà sfuggita la triste notizia della scomparsa del Prof. Pio Barzaghi, sicuramente da annoverare tra gli avellinesi illustri dell’ultimo mezzo secolo”. A rendere omaggio all’artista avellinese lo Storico dell’Arte Alberto Iandoli, Responsabile del Museo Civico di Avellino. Pio Barzaghi è venuto a mancare nelle scorse ore, dopo una breve ma sofferta malattia, di cui nel Santuario Avellinese di Santa Maria delle Grazie si conservano due pregevoli opere, un “Cenacolo” del 1968 e un “Padre Pio” del 2015, che contribuiscono a fare dell’importante luogo di culto mariano del Capoluogo Irpino, anche un vero e proprio Museo d’Arte, che racconta ai suoi visitatori ben cinque secoli di Storia dell’Arte nel Mezzogiorno d’Italia, che a Santa Maria delle Grazie è raccontata attraverso le opere degli artisti Silvestro Buono, Francesco Guarino, Nicola Malinconico, Francesco Solimena, Andrea e Nicola Vaccaro, Teresa Palomba, Michele Ricciardi, e venendo più vicini a noi, con le opere del ceramista Raro Pastorelli, e con quelle appunto del pittore Pio Barzaghi.

“La mia conoscenza con Pio Parzaghi, sfociata poi, negli anni, in una bella amicizia, alimentata dal comune amore per il bello – ricorda Alberto Iandoli – è iniziata nel giorno in cui ho aperto per la prima volta i miei occhi al mondo. Quando a mia madre Anna Maria le si ruppero le acque, in una caldissima giornata di fine luglio del 1979, il giorno 29 per l’esattezza, in cui con mio padre Armando era in Costiera Amalfitana, e frettolosamente i due, anzi i tre (con me) ci precipitammo ad Avellino all’Ospedale “Capone”, perché un Iandoli doveva, come da tradizione familiare, necessariamente nascere ad Avellino, appena qualche ora prima era venuta al mondo nel medesimo ospedale Teresa, frutto dell’amore del prof. Pio Barzaghi e di sua moglie Maria Lallo. Ebbene, a mia madre fu data come sistemazione in ospedale il letto accanto a quello di Maria, che era amorevolmente vegliata da suo marito Pio, che ugualmente amorevolmente vegliava sulla piccola Teresa. Tanto Pio, quanto Maria erano entrambi volti familiari in particolare a mio padre Armando che, amante dell’arte, nel folto novero delle sue abituali frequentazioni, sin dalla prima sua giovinezza contava, tra gli altri, quella con i fratelli Nicola e Pio Barzaghi, entrambi valenti pittori, di alcuni anni più grandi di lui, ma ugualmente parte di quel suo articolato e fantastico mondo, di cui poi, anni dopo, sarà beneficiario anche il sottoscritto. E negli anni, appunto, – ha proseguito Alberto Iandoli – le tante amicizie di mio padre sono diventate le mie, a cui poi, per completezza di trattazione,devo dire che sono andate ad aggiungersene tante altre, soprattutto grazie alla mia oramai già abbastanza lunga attività lavorativa presso gli Uffici del Settore Cultura del Comune Avellino. Ma questa è un’altra storia. Il segmento di storia avellinese (e non solo avellinese) che mi piace oggi, nella tristezza del momento ricordare, è quella che vede protagonista “l’Artista Pittore Prof. Pio Barzaghi”, così come amava definirsi il Nostro, e così come è riportato sul manifesto funebre che annuncia a noi tutti la sua dipartita da questo mondo”.

Spiega come “Quella di Pio Barzaghi è la storia di un avellinese che non ha voluto abbandonare la sua città, rinunciando sicuramente ad una maggiore affermazione, come avrebbe meritato, e che certamente ci sarebbe stata per lui altrove, ma lui, “l’Artista Pittore Prof. Pio Barzaghi”, ripeto, dalla sua amata Avellino non ha mai voluto allontanarsi, affermando spesso, nelle nostre lunghe e piacevoli conversazioni, di avere nel Capoluogo Irpino il suo “tutto” ! Ma sebbene per il Prof. Pio sicuramente altrove ci sarebbero stati maggiori consensi per ciò che riguarda la sua Arte, ugualmente nello scorrere la sua ricca biografia, di affermazioni il Nostro ne ha avute, e tante ! Così come è accaduto, prima di lui, ad altri esponenti della sua famiglia di artisti. Si pensi a riguardo a suo fratello Nicola, apprezzato baritono e pittore, di cui una pregevole raccolta di dipinti ad olio ed acquerelli è  stata la scorsa estate, quindi appena qualche mese fa donata, per volontà del prof. Pio e di suo fratello Luigi al nostro Museo Civico di Villa Amendola, unitamente ad un pianoforte risalente alla fine del XIX secolo, il tutto concretizzatosi grazie all’interessamento del sottoscritto, e ovviamente del Commissario Straordinario del Comune di Avellino, la Dott.ssa Giuliana Perrotta, del Dirigente degli Uffici alla Cultura di Palazzo di Città, il Dott. Francesco Tolino, e grazie anche all’apporto del mio giovane collega, il Funzionario Amministrativo, Dott. Virgilio Serino.

Ma il baritono e pittore Nicola Barzaghi non è il solo congiunto del Prof. Pio che merita di essere ricordato, lo meritano infatti anche altri esponenti di questa illustre famiglia di artisti, e con ciò mi riferisco – ha continuato Alberto Iandoli – ai fotografi Antonio e Francesco Barzaghi, entrambi zii paterni di Pio,  che sul finire degli anni ’20 del ‘900 aprirono ad Avellino, nella centralissima Piazza della Libertà, al civico 6, un Atelier di Fotografia, che poi  uno dei due, Francesco (più noto nell’Avellino del tempo come  “Don Ciccio”) trasformò, negli anni ’50,  nella prima Galleria d’Arte del Capoluogo Irpino, che fu trampolino di lancio per tanti valenti artisti, oltre che salotto buono dei maggiori intellettuali locali del tempo. E si pensi ancora – ha proseguito Alberto Iandoli – ad un altro zio di Pio, Guido Barzaghi che agli albori della storia di Cinecittà a Roma, negli anni ’30, fu stimato tecnico da camera, e ancora a quel suo antenato, Francesco Barzaghi, illustre scultore del XIX secolo, docente all’Accademia di Brera e autore, tra l’altro, dei monumenti a Milano dedicati ad Alessandro Manzoni, in Piazza San Fedele, o a quello a Napoleone III, nel Parco del Sempione, e modellatore della scultura ritraente Giuseppe Verdi, collocata nell’atrio del Teatro alla Scala.

Ma tornando a Pio Barzaghi – ha proseguito Alberto Iandoli – il Nostro, poco più che ragazzo, e quindi ancora studente, come in più occasioni mi ha raccontato, parliamo di circa sessantenni fa, nel 1966 per l’esattezza, allestiva ad Avellino la sua prima mostra personale al Circolo della Stampa, in Corso Vittorio Emanuele, nei locali terranei del Palazzo del Governo,  che lo portò alla ribalta delle cronache culturali cittadine, che furono di buon auspicio per il giovane Pio che – ha proseguito Iandoli – appena due anni dopo, nel 1968, esponeva le sue opere in una mostra collettiva nel Principato di Monaco, presentata dal pittore e critico d’arte napoletano Francesco Nicolardi. Le sue tele poi, l’anno seguente, convinsero l’allora Presidente del Consiglio dei Ministri, On. Mariano Rumor, a conferirgli un Secondo Posto ad un importante Concorso Nazionale di pittura organizzato a Cassino, e l’anno seguente poi, suoi lavori, presso la “David Gallery” , sono in mostra accanto a quelli dei maestri Carlo Carrà, Filippo De Pisis e Felice Carena, e vedono l’Arte del Nostro recensita dalla trasmissione Rai “Cronache Italiane”, che allora annoverava tra le sue prestigiose firme quella del giornalista Romano Battaglia padre, tra l’altro, della celebre manifestazione culturale “La Versiliana”.

Ma la mostra alla “David Gallery” di Bari del maggio del 1969 – ricorda ancora lo Storico dell’Arte Alberto Iandoli – non fu l’unica mostra di opere di Pio Barzaghi che interessò la trasmissione Rai “Cronache Italiane”. La Tv di Stato infatti dedicò altri servizi all’Arte del Nostro, in occasione della Personale del 1970 tenuta a “Il Sedile” di Lecce (oggi monumento nazionale) e a quella dell’anno seguente (1971) che vide le tele del Barzaghi esposte a Varese, presso la Galleria “Centro Artistico Internazionale”.

Ma mentre l’Arte del Nostro riscuoteva sempre più consensi in Italia e all’estero, grazie a mostre personali organizzate per lui, a cui andavano ad aggiungersi le partecipazioni alle Collettive e ai premi nazionali di pittura, cominciava per Pio Barzaghi, a metà degli anni ’70, dopo aver compiuto i suoi studi, prima presso l’Istituto d’Arte di Avellino, dove è allievo di Mario Guarini e Lucia Storti, e poi a Napoli, dove completa la sua formazione artistica, prima presso il Magistero, dove ha tra i suoi maestri Enrico Cajati, e poi all’Accademia delle Belle Arti, dove segue con profitto i corsi di Giovanni Brancaccio e Domenico Spinosa,- ricorda Iandoli – principia per il giovane Pio anche la sua carriera di insegnante, che lo porterà dapprima ad assumere la Cattedra di “Disegno dal Vero” presso l’Istituto d’Arte di Rionero in Vulture (Pz), poi di “Figura Disegnata” al Liceo Artistico “Carlo Levi” di Eboli (Sa) e quindi ad approdare, nel 1977, all’istituzione scolastica – artistica dove svolgerà stabilmente e definitivamente il suo Magistero, sino al pensionamento, ovvero il Liceo Artistico di Salerno, dove per più di un trentennio sarà titolare della Cattedra di “Figura Disegnata”, e dove avrà tra i suoi colleghi, tra gli altri, i professori Raffaele Ferrentino, Antonio Iannotti, Pino Latronico, Vittorio Nobile, Nunzio Tufano e Sergio Vecchio.

Sull’Arte di Pio Barzaghi in oltre mezzo secolo tanto è stato scritto, a cominciare dalla recensione dell’ottimo Prof. Riccardo Sica, presente nel prezioso volume “Artisti Irpini”, edito nel 1970 dalla Laurenziana di Napoli, che è ancora oggi per studiosi e cultori d’arte necessario punto di partenza per un approccio all’arte e agli artisti irpini del ‘900.  Ma nella tristezza del momento per la dipartita terrena di un grande Uomo, e parimenti di un grande Artista, quale è stato il Prof. Pio Barzaghi, credo sia più giusto cedere a Lui la parola, riportando di seguito un suo scritto, che gelosamente custodisco nel mio archivio personale, e che una mattina di tanti anni fa, la sempre sorridente Maria, sposa di Pio, da meno di un anno anch’ella non più tra noi, che ho avuto per collega al Comune di Avellino, mi donò. Ebbene, scrive di se stesso il Prof. Pio Barzaghi : “Ho sempre amato la pittura, ricordo che già bambino (8-9 anni) rimanevo incantato, per ore ed ore, nell’osservare i quadri e le ceramiche site nella galleria – studio fotografico,in Piazza Libertà, di mio zio Ciccio Barzaghi, che esponeva negli anni 50/60 al pubblico avellinese. Era un vero cenacolo e centro di ritrovo e discussione di problematiche d’arte ( da parte di cultori amanti dell’arte e artisti) . Certo, per me, era un mondo tutto nuovo, affascinante e tutto da scoprire, così da infante, pieno di entusiasmo, di passione e di emulazione,intrapresi a dipingere e a studiare arte presso il locale istituto d’Arte e all’Accademia di Belle Arti di Napoli. Mi ritrovo, oggi, a ricordare la mia crescita e a scrivere di me, di cosa ho fatto e faccio: le prime tavolette che mio zio Ciccio custodiva gelosamente; le mostre e i premi di pittura; ancora l’insegnamento e i miei allievi del Liceo Artistico, di Eboli e di Salerno, di loro ho un caro ricordo, ( molti di essi sono oggi dei validi professionisti). Tuttavia prendo coscienza che tutto questo non fa parte del mio modo di essere perché non amo parlare di me stesso. Che non fosse nostalgia?
Pur vivendo i miei tempi e accettando pienamente le varie tendenze artistiche, non mi sento di seguire le mode e i mezzi attuali, per essere o ostentare la figura di un artista contemporaneo.
Io la pittura, la intendo come ricerca, narrazione studio, come mezzo di comunicazione di emozioni. Tutto ciò va fatto con i colori, pennelli, tele, tavole, fogli ecc.
Lo stendere la pellicola di colore su di una superficie, mi crea un grosso turbamento (gioia, passione, tormento) ciò detto non si può comprendere se non si prova. Durante il trascorrere delle ore della giornata, contemplo la natura, nei suoi molteplici aspetti, la osservo, la studio e ne rimango estasiato. IL mio occhio, e gli altri sensi, scrutano le forme più varie di essa (figura umana, fiori, alberi, foglie, oggetti e tante cose), anche quelle che apparentemente possono sembrare insignificanti.

Mi piace vedere come la luce dei raggi solari investe le forme caratterizzandole, ne valorizza i colori e il chiaroscuro; nel contempo avverto il vento, che vibra, smuove a volte con furia violenta, e carezza dolcemente me e tutto ciò che mi circonda. In questi istanti percettivi, di osmosi, la mia mente propende al Cantico delle Creature di S .Francesco e al Metastasio “Ovunque il guardo io giro…..” e si concentra sul come interpretare queste sensazioni per poi trasportarle in pittura.
I miei pensieri, e i miei sogni, prendono vita e forma attraverso il segno tracciato dalla mia mano con la matita e col pennello sul foglio o la tela. Nel momento concreto della realizzazione, queste immagini, le filtro attraverso la mia sensibilità, (il mio vissuto) e cerco soprattutto d’immettervi una vita nuova. Il colore, anzi la macchia, diventa protagonista e un tutt’uno col segno, si snoda sinuosa, il più delle volte sfumata in un moto continuo sulla superficie bidimensionale del supporto. La mia pittura corrisponde a delle luminosità cromatiche, rette dalla composizione e dalla struttura del disegno,(ai confini dell’iperrealismo); tramite ciò, cerco di realizzare uno spazio vitale, atmosferico lirico, dove ogni cosa o il mio pensiero vive nel suo tempo quasi senza fine.
La pittura, e quindi un quadro deve emozionare, non soltanto per il soggetto in sé, che è di primaria importanza, ma anche per le sue apparenze ottiche. Vale a dire, ciò che contribuisce alla lettura e la valutazione del dipinto,oltre al significato,vanno prese in considerazione una serie di componenti e precisamente: il supporto ,la tecnica e il colore. Il supporto può avere un aspetto notevole, in quanto condiziona la nostra percezione , diventa la struttura portante del manufatto pittorico e rappresenta la sostanza fisica dell’immagine.( S’immagini lo stesso soggetto dipinto su materiali diversi). Come pure la tecnica influisce non poco sul risultato finale dell’opera. Certamente la componente essenziale è ” la pellicola di colore “ che diventa l’anima, assimila e ingloba : segno e racconto. Si, il colore, nelle sue infinite sfumature, stesure e campiture, supportate dal disegno è quello che emoziona di più nella contemplazione produttiva dell’opera, (attraverso le vibrazioni luminose e accordi tra primari e complementari) , quando tutto è ben fatto e perfetto viene a crearsi armonia, equilibrio, poesia.

Per me la pittura è tutto questo, è estetica, che attraverso una esperta intenzionalità e manualità, attraverso determinati procedimenti e perché no anche di alchimia, diventa magica , aiuta a comunicare , ad esprimere il proprio mondo interiore , le pulsioni dell’anima e soprattutto a sognare.
Non nascondo che sono un sognatore e quindi la mia comunicazione, oltre ad essere imbevuta di amore del bello e della natura, perviene al sogno, ma esso che cos’è? Sogno, attività psichica che si svolge durante il sonno, un universo incredibile. Psiche è il complesso dei fenomeni e funzioni che permettono all’individuo di formarsi un’esperienza di se e del mondo circostante. Il sogno può essere conscio, a occhi aperti, dove la fantasia dà il suo libero sfogo. Inconscio, viene esplicato nei momenti di relax e quando ci si riposa dai quotidiani affanni .Spesso, diventa quasi un rito . E’ un appuntamento a volte piacevole, soprattutto quando si è giovani, altre piuttosto sconcertante, da lasciarci scossi anche per giorni. Le cose più strane, gli avvenimenti più curiosi e surreali, amori, perversioni, sesso, gioia, senso di precipitare nel vuoto, volare, lottare, voci vicine, lontane, di persone care o sconosciute. Tutte queste immagini e voci si susseguono, si accavallano, s’intrecciano e scompaiono nel nulla. Al risveglio il sogno può essere ricordato o del tutto dimenticato, scompare senza lasciare alcuna traccia o sospetto di se.
Molte delle mie raffigurazioni pittoriche, intendono esprimere ciò che appartiene al mondo onirico, frammenti, tagli, figure, immagini che fissano il ricordo del reale, ma nel contempo rivelano il vuoto e il non senso dei sogni e della vita; il tutto fa parte del nostro ciclo vitale. Fortunatamente per noi mortali subentra un credo e la speranza in qualcosa di soprannaturale che attenua e annulla ogni triste o assurdo pensiero”.

Questo era l’Uomo, questo era l’Artista Pio Barzaghi, che da alcune ore non è più tra noi , e che la città di Avellino ha perso, e con lei il mondo dell’arte.

Nello stringermi con fraterno affetto a sua figlia, la cara Teresa, che dopo la scomparsa solo pochi mesi fa dell’amata madre Maria, ora soffre anche per la perdita dell’altrettanto amato papà Pio, e nel rivolgermi al fratello di Pio, Luigi, e al resto della famiglia, formulando loro le mie più sentite condoglianze, li esorto, sin da ora, a farsi carico affinché tutta quella bellezza che è stata l’esistenza terrena del Prof. Pio sia posta nella giusta luce, e che il tempo che il filosofo greco Teofrasto definiva “la cosa più preziosa che un uomo possa spendere”, e che nel caso dell’esistenza del Prof. Pio Barzaghi è stato senz’altro speso più che bene, possa continuare ad esserlo, attraverso la consegna ai posteri, per eternarlo, di quanto il suo tempo su questa terra ha mirabilmente prodotto !”

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