La giustizia riparativa al centro dell’incontro svoltosi, stamattina, al Carcere Borbonico di Avellino, promosso dall’associazione “Il Lampione della Cantonata”. All’evento, che ha visto la partecipazione di esponenti degli enti istituzionali della magistratura, del mondo educativo e religioso, si è discusso,con un ampio dibattito sulla validità della giustizia riparativa, come possibilità concreta di responsabilità e di dialogo.
Ad aprire i lavori è stato il presidente della Provincia di Avellino, Rizieri Buonopane, con i saluti istituzionali. In sala poi è stato proiettato un documentario che raccoglie esperienze maturate dentro e fuori dal carcere: storie di detenuti, di vittime, di operatori. Un racconto asciutto, affidato alla presentazione di Pietro Centomani, responsabile del montaggio e di Giuseppe Centomani, coordinatore tecnico del Centro di Giustizia Riparativa e di aiuto alle vittime di reato.
A moderare l’incontro è stata Giovanna Perna, avvocato e presidente dell’associazione che ha promosso l’incontro, che ha guidato il dialogo sui nodi più delicati: il futuro della pena, il rapporto tra carcere e comunità, il ruolo delle istituzioni nel dare spazio a percorsi che non si limitino a punire.Sono intervenute figure di primo piano del mondo giuridico, religioso e sociale: il vescovo di Avellino, Arturo Aiello; Maria Covelli, presidente della Corte d’Appello di Napoli; Francesca Spena, presidente del Tribunale di Avellino; il procuratore facente funzione Francesco Raffaele. Accanto a loro Don Marco Pagniello, direttore di Caritas Italiana, e Antonio D’Orta, direttore della Caritas diocesana di Avellino.
Dal sistema penitenziario sono arrivati contributi diretti: Maria Rosaria Casaburo, direttrice della Casa Circondariale di Bellizzi Irpino, e Claudia Nannola, direttrice dell’Ufficio Interdistrettuale di Esecuzione Penale Esterna della Campania. Per l’avvocatura hanno preso la parola Biancamaria D’Agostino, consigliera del Consiglio Nazionale Forense, Fabio Benigni, presidente dell’Ordine degli Avvocati di Avellino, e Simona Barbone, membro della Giunta dell’Unione delle Camere Penali Italiane. Non sono mancati gli interventi di Sergio D’Elia, segretario dell’associazione Nessuno Tocchi Caino, e di Samuele Ciambriello, garante regionale per le persone private della libertà personale. Voci diverse, accomunate dalla stessa domanda: come conciliare pena, responsabilità e comunità.
Il vescovo Aiello si è soffermato sulla valutazione del percorso alternativo. “Pensare il carcere in maniera diversa e anche il rapporto con chi si è reso autore di gesti che hanno leso la vita o comunque altre persone. Si tratta di mettersi in contatto con chi è stato privato di un affetto, creando un dialogo. Ovviamente non si tratta di imporre il perdono: è una scelta personale, ed è una scelta difficile. Si tratta piuttosto di aiutare sia il detenuto, sia chi è stato oggetto di una violenza a rielaborare in maniera diversa il proprio dolore, guardando avanti. Altrimenti si rischia di restare incapsulati dentro un’ingiustizia, senza possibilità di uscita”.
Sul carcere di Avellino si è soffermato Carlo Berdini, provveditore dell’Amministrazione Penitenziaria campana, illustrando il senso del docufilm e il coinvolgimento dei detenuti:“La giustizia riparativa costituisce un aspetto fondamentale per la riparazione della frattura che si è creata tra autore del reato e vittima. Su questo aspetto sono stati coinvolti anche i detenuti ristretti ad Avellino”.Ha quindi offerto uno sguardo concreto sulla situazione della struttura:“C’è stato un impegno forte del Dipartimento, che è intervenuto massicciamente sia in termini di personale, per cercare di sanare una situazione che era un po’ critica. La situazione mi sembra in miglioramento, però è chiaro che richiede un’attenzione molto importante”.Poi l’attenzione si è spostata sulle delle criticità idriche e sanitarie.“La salute costituisce un bene primario per il cittadino libero, figuriamoci per una persona detenuta”.
Ha infine richiamato il tema della sicurezza e del supporto al personale, fino al valore dei protocolli con la magistratura: “È essenziale che le amministrazioni dialoghino”.Poi la parola è passata a chi viva in prima persona il regime detentivo. “Questa giustizia riparativa io non la conoscevo e, dopo oltre dieci anni di detenzione, ho scoperto – afferma Giuseppe recluso nel carcere di Avellino- questa speranza. Mi dà la possibilità di riparare agli errori che ho fatto”. Infine ha espresso le difficoltà quotidiana e il desiderio di riallacciare i legami con la sua famiglia :“Spero di poter ricostruire un rapporto con le mie figlie, con la mia ex moglie, di trovare la pace e di riparare ciò che ho rotto”.



