“Se non si ricrea la cultura della partecipazione democratica, sarà difficile trovare una via d’uscita al delicato momento che vivono le democrazie. Un processo reso più complesso dal livello sempre più basso della classe politica. Di qui la necessità di acquisire coscienza del fenomeno in atto e prendere posizione”. Lo sottolinea il professore Francesco Barbagallo, docente emerito di storia contemporanea alla Federico II di Napoli. Il 16 maggio, alle 17.30, presenterà al Circolo del Nuoto di Avelljno il volume “I cambiamenti nel mondo tra XX e XXI secolo”. Modera il giornalista Alberto Castellano. Interverranno i professori Roberta De Maio, Edmondo Lisena, Leonardo Festa. Punto di partenza del volume i momenti cruciali della nostra storia che hanno segnato una frattura nelle dinamiche sociali. “Sono quattro le fasi – spiega Barbagallo – che ho individuato negli anni dal 1945 al 2020, a cui ho aggiunto, poi, un ulteriore capitolo dedicato alla pandemia, che ha rivoluzionato le nostre vite. Il primo periodo, dalla seconda guerra mondiale agli inizi degli anni ’70, è quello che ho definito ‘età dell’oro’. E’ l’era del fordismo, del keynesismo e della guerra fredda, segnata da un forte sviluppo capitalistico in Usa e in Europa e dalla formazione dello Stato Sociale. E’ una stagione contraddistinta dal benessere, dal bipolarismo tra Usa e Unione Sovietica e da un processo di decolonizzazione con la progressiva conquista dell’indipendenza delle ex colonie in Asia e Africa. L’età dell’oro finisce nel ferragosto del 1971 quando il presidente Nixon dichiara la fine della convertibilità del dollaro in oro. Se fino ad allora, il cambio delle valute veniva deciso dal potere politico, il 1971 determina il passaggio ai campi flessibili, è il mercato a decidere il cambio delle valute. Decisiva è anche la crisi petrolifera del 1973: in seguito alla guerra del Kippur, i paesi produttori di petrolio sferrano un colpo decisivo all’economia occidentale, quantuplicando il prezzo del petrolio. Inizia la crisi profonda del sistema capitalistico. Sarà il dossier stilato da una commissione di capitalisti americani, europei e giapponesi a decretare la necessità di ridurre la domanda di democrazia. La partecipazione politica appare un ostacolo allo sviluppo capitalistico. Di qui l’emergere di un neoliberismo con l’affermarsi di leader come la Thatcher e la trasformazione della struttura dello Stato. Il potere si sposta dagli organi politici ai mercati, lo Stato diventa dipendente dall’economia”.
La seconda svolta attraversa il periodo che va dalla metà degli anni ’70 al 1991 “con la dissoluzione dell’Unione Sovietica, il dominio della finanza e la rivoluzione informatica in atto. Si afferma – spiega Barbagallo – un’economia transnazionale con una progressiva finanziarizzazione dell’economia, non più legata all’industria e alla produzione ma alle operazioni finanziarie. Migliaia di miliardi di dollari sfuggono al controllo degli Stati e delle Banche centrali e vengono usati per le speculazioni finanziarie. Al tempo stesso si sviluppa una seconda guerra fredda tra Usa e Russia. Dopo la sconfitta degli Usa in Vietnam, che rappresenta un colpo per la coscienza americana, gli americani lasciano il Vietnam mentre l’Unione Sovietica cerca di espandere la propria influenza su alcuni territori dell’Africa, dalla Somalia all’Etiopia. Una stagione segnata dalla rivoluzione informatica, con la possibilità per le imprese di controllare la produzione in stabilimenti delocalizzati in Asia e America Latina. Intanto, comincia lo sviluppo dei paesi asiatici, a partire dalle tigri d’Oriente, Hong Kong, Singapore e la Cina, che sceglie di aprire al mercato, malgrado il regime comunista, con un ritorno alle origini, se è vero che fino all’Ottocento era stato uno dei paesi più sviluppati. Nel 1991 crolla l’Unione Sovietica, Gorbaciov prova a trasformare la politica e l’economia con la Glasnost e la Perestroika ma il paese non risponde in modo positivo, quello che doveva essere un processo democratico diventa un percorso per l’indipendenza nazionale con la fuoriuscita delle Repubbliche baltiche, di Georgia e Ucraina. Le dinamiche internazionali cambiano. Intanto, mentre l’Unione Sovietica perde pezzi e si dissolve, la Cina diventa una potenza mondiale. Uno sviluppo, quello del mercato a Oriente, guidato dallo Stato, dal Giappone alla Cina. Si affermano le tecnologie informatiche, è quella che Castells, definisce l’età dell’informazione, una nuova forma di sviluppo capitalista, un capitalismo informazionale, fondato sulla centralità dell’informazione e delle nuove tecnologie. Con la fine dell’Unione Sovietica viene meno la contrapposizione tra comunismo e capitalismo. Il paradosso è che il capitalismo a unificare il mondo”.
A caratterizzare gli anni dal 1990 al 2020 è la terza fase “segnata dall’unificazione del mercato mondiale e dalla crisi dello Stato Nazionale. E’ l’epoca della globalizzazione, della nascita dell’Unione Europea ma anche dell’unipolarismo americano. Gli Usa si affermano come unica potenza mondiale sul piano politico e militare con la guerra a Saddam per il controllo del Kuwait, mentre la Cina emerge come seconda potenza economica. Intanto, la guerra imperversa nei paesi balcanici, in atto è una pulizia etnica tra Serbia, Croazia e Slovenia, mentre esplode il terrorismo islamico che ha il suo apice nell’attacco alle Torri Gemelle. Si afferma la cultura della virtualità reale, le nuove tecnologie determinano da un lato un tempo acrono, privo di storicità, dall’altra un processo di presentificazione. Si finisce con il perdere il senso del rapporto tra presente e futuro, si vive nel presente. Dall’altro lato si assiste a una vera accelerazione, con trasformazioni enormi che cambiano continuamente la realtà. E’ la prima rivoluzione tecnologica in un mondo dominato dagli Usa, una rivoluzione che inizialmente appare uno strumento prezioso per rafforzare la democrazia e garantire spazi di confronto. La globalizzazione determina uno sviluppo economico diffuso nei paesi di vecchia industrializzazione come Usa e Europa ma anche una situazione di sofferenza sociale. La nuova forma di stato neoliberale pone al centro la concorrenza contro la solidarietà, come ben sottolinea il filosofo Foucault e non ha nulla a che vedere con il liberismo di Adam Smith che fondava la libertà su due pilastri, lo Stato e la morale. La politica è stata ormai messa da parte, la legge non è espressione della volontà popolare ma della razionalità economica, è il mercato che detta le leggi alla politica, imponendo ciò che serve al suo sviluppo, senza alcun rispetto di giustizia sociale e solidarietà. A crescere è anche il fenomeno della disuguaglianza con 70 milioni di persone su 7 miliardi che hanno un patrimonio corrispondente al 99 per centro del resto del mondo”
“La quarta fase – prosegue l’autore nella sua ricostruzione – è quella che abbraccia il secondo decennio del ventunesimo secolo, innescata dalla crisi del 2008, determinata dalla grande disponibilità di crediti senza garanzia. Gli Usa sono costretti a trasformare la loro economia liberista in un’economia dirigistica. Per impedire il crollo del sistema capitalistico mondiale, sono costretti a stanziare mille miliardi con l’obiettivo di salvare società e grandi banche. Un’operazione che sarà sostenuta anche da Obama. Crolla l’ideologia neoliberista ma non il sistema. Dopo l’attacco alle Torri Gemelle e l’affermarsi del fenomeno del terrorismo islamico, le agenzie americane cominciano a rivolgersi a piattaforme per ottenere i dati relativi a uomini e donne. Le piattaforme tecnologiche diventano strumento per la sicurezza e il controllo, è quello che è stato definito il capitalismo di sorveglianza”. Per chiarire che “nella seconda rivoluzione digitale non c’è una sola potenza che controlla ma ci sono Cina e Usa, il capitalismo di sorveglianza determina la riduzione degli spazi di democrazia e il degrado del lavoro con la politica ridotta a spettacolo e il dominio dei mercati con il passaggio dal government alla governance”. Fino al 2020 “in cui assistiamo all’imperversare della pandemia, alla guerra in Ucraina e alla pulizia etnica in atto in Palestina. E chiarisce come “Oggi la democrazia è fuori gioco con la presenza di sistemi democratici illiberali che non garantiscono le libertà individuali o sistemi in cui non sono tutelate forme di democrazia”
E sul futuro del Sud “corre il rischio della desertificazione, come denunciato dallo Svimez, tra 30 anni potrebbe vedere una riduzione del 40% della popolazione. Mentre bisogna ripartire dalla posizione strategica che riveste al centro del mediterraneo, dalla possibilità di inserirsi in traffici che collegano Oriente a Occidente. Del resto, è evidente che è finito anche il periodo di sviluppo del Settentrione è terminato. La crisi riguarda tutti”. E sottolinea con amarezza come “Anche i fondi del Pnrr dimostrano l’incapacita’ del Mezzogiorno di spendere 200 miliardi, come gia accaduto in passato, si chiede di posticipare le scadenze legate all’uso dei fondi perchè non si è capace di spenderli o mancano progetti adeguati”
Francesco Barbagallo è professore emerito di Storia contemporanea nell’Università di Napoli Federico II. È autore di numerosi saggi sulla storia dell’Italia contemporanea e del Mezzogiorno, su questioni di storiografia, di storia del Pci e ha coordinato la Storia dell’Italia repubblicana (Torino 1994-1997). Tra le sue pubblicazioni: Francesco S. Nitti (Torino 1984); Napoli fine Novecento. Politici camorristi imprenditori (Torino 1997); Enrico Berlinguer (Roma 2006).




