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Bruno Forte e la teologia della storia

di Felice Santoro

Nella postfazione il monaco benedettino,  prof. Elmar Salmann, definisce Bruno Forte enfant prodige . A venticinque anni è dottore in teologia , la sua tesi  dal titolo  La Chiesa nell’eucaristia   viene pubblicata  con la prefazione del cardinale Corrado Ursi e del monaco  svizzero  Max Thurian. A ventisette anni la sua dissertazione  in filosofia all’Orientale  è sulla Teologia  Mistica dell’Areopagita.  Salmann  ne ricostruisce il profilo a partire dalla naissance, nascita, riferita ai loci theologici , alla con-naissance e reconnaisance, i concetti di conoscenza e riconoscenza, ed  alla renaissance,  la rinascita della teologia. Il libro “ Bruno Forte.  Una teologia per la vita”, a cura di Marco Roncalli, giornalista e storico della Chiesa, è il risultato di dialoghi avvenuti  nel palazzo arcivescovile di Chieti . Il pronipote di Giovanni XXIII   risulta  un interlocutore  molto competente e preparato.
Il testo è suddiviso in ventisette capitoli  ed emerge il ruolo svolto dalla sua famiglia, ultimo di otto figli, -“fratelli e sorelle sono un dono che nel tempo si avverte sempre di più”-   per quanto ha rappresentato  e ancora significhi. E poi nel suo cammino  don Bruno sottolinea  la centralità di Napoli, la sua città, “dove cristiano è sinonimo di essere  umano”, rileva Roncalli nell’Introduzione.

La sua teologia  non si sviluppa solo negli ambienti accademici ma trova origine e cresce anche  in mezzo al popolo.  Sin dagli inizi la filosofia ha attraversato il Meridione, l’area geografica dove  l’Oriente incrocia l’Occidente e “la ricerca dell’Assoluto si coniuga al senso della storia”, da Elea con Parmenide a Tommaso d’Aquino e Vico,  da Gioacchino da Fiore a Campanella, a Giordano Bruno e a Benedetto Croce.  Altrettanto decisive le sue frequentazioni   in Germania, a Tubinga,  a cominciare da Walter Kasper  e dal  protestante Jurgen  Moltmann, e in Francia, con la Nouvelle Theologie di Chenu , de Lubac e  Congar .
Il  cristiano può dare un contributo efficace alla costruzione del bene comune, attraverso tre passaggi.  Innanzitutto  non deve farsi travolgere dal quotidiano ma deve conservare la sua carica profetica , poi  servono testimoni che sappiano offrire uno slancio e una spinta alla dimensione sociale e politica ed infine   occorre mantenere alta l’asticella del livello etico e della fedeltà ai valori; il  servizio  passa per la giustizia, la pace e il perdono, “ricevuto e donato”, e la  tutela  della dignità di ognuno.  Il concetto di persona entra prepotentemente nella Costituzione italiana; da ricordare che è il principio intorno al quale si trovò il consenso con le altre culture politiche e dimostra che “Dio, storia e politica non sono estranei l’uno all’altra, ma si relazionano nella costruzione di un’umanità più vera, giusta e felice”.

A Loreto, dove “polemos e agon” non mancarono nel convegno della Chiesa italiana del  1985,  fu primo relatore  su “Riconciliazione cristiana e comunità degli uomini”. Si veniva da anni effervescenti,  la “scelta religiosa” dell’Azione cattolica con Bachelet,   la contestazione e il dissenso nella Chiesa,  poi la ‘normalizzazione’  che apparve evidente  a Palermo nel 1995, dieci anni dopo.  “Un si dunque a una diaspora politica, non culturale, non  etica”.
La sua proposta va in direzione del  glocal,  una globalizzazione  che non prescinde dalle identità territoriali. Il suo fine  è di rapportare la teologia dogmatica al moderno e  al postmoderno e  di radicare la realtà al Fondamento con l’obiettivo di proteggersi dalle derive del nichilismo.  La preghiera non è porsi di fronte ad un Dio distante, lontano,  ma arrivare a Dio tramite il Figlio  e riavere “la luce e la vita”.
Il cambiamento sta nel passare da una riflessione che pone al centro l’io pensante, cogito ergo sum  di cartesiana memoria, al cogitor ergo sum,  al primato di Dio “sono pensato, sono amato dall’Altro trascendente e sovrano, perciò esisto”. Da evidenziare la centralità della metanoia , la conversione del cuore,  che ci permette di chiedere   perdono e di offrirlo.
Dal 2004 è vescovo di Chieti e sottolinea che il vescovo “non è un uomo di potere, ma un padre, un compagno di strada anche per i più umili” e che il suo nuovo ‘ruolo’ non prescinde da un lavoro di riflessione e di ricerca.  C’è una continuità tra l’attività di pensiero precedente e il ruolo di pastore. La teologia offre la possibilità di essere un coscienza critica della prassi dei cristiani e della Chiesa . Egli lega la Parola con il mondo e così si esprime: auditus temporis e auditus Verbi.  Certo c’è una teologia professionale, una pastorale  ed anche una popolare , aggiunge.                                                                                                                                                                                        L’intreccio fra teologia e filosofia è basilare, la fede che non dà spazio ai dubbi corre il rischio di essere solo una rassicurazione quotidiana, e poi cita l’amato Heidegger  con “l’ultimo Dio” che non si pone prima della ragione ma oltre,  e  l’ultimo Schelling che supera  l’idealismo con la sua Filosofia della rivelazione . “ Forse l’atto più alto della ragione è proprio dare ragione di non poter dare ragione di tutto”. E su queste tematiche il confronto è stato sempre alto con pensatori quali Massimo Cacciari e Vincenzo Vitiello, con Gadamer e Ricoeur, di frequente a Napoli  in particolare presso l’Istituto di Studi filosofici. La fede deve restare aperta alle domande che pone la ragione, la ragione deve porsi in ascolto dell’Altro  che parla e lo  riconosce in un Dio che facendosi uomo ci è vicino ed è umano.   La sua teologia riconosce, nella Simbolica in particolare, che  il reale è interpretato con un fede pensata, l’intelligenza della fede che orienta i comportamenti e le scelte. E quindi la sua proposta pastorale teologica  deriva dall’incontro delle inquietudini, delle domande e dall’attenta capacità di ascolto. Pertanto un percorso di educazione  non può essere una semplice  trasmissione di informazioni ma “una relazione in cui cor ad cor loquitur”. “ Non c’è invito più grande all’amore che amare per primi” e riporta sant’Agostino.

La modernità contiene un doppio volto.  Certamente il grande valore  dell’emancipazione e dell’uomo diventato adulto e il limite di una ragione che pretende di illuminare tutto e in tal modo  diventa totalizzante.  C’è  presunzione  perché “ si vuole con la potenza del concetto cambiare il mondo”.  La sua  posizione è nel non risolvere Dio nella storia né la storia in Dio e riconosce il punto di incontro in Cristo . Con questa visione,  che egli definisce teologico mistica,  conserva la necessità della storia e la prossimità dell’eterno,  due poli vicini ma nella opportuna alterità.

Considera  il post moderno “il tempo della frammentazione” , affollato da tante solitudini. Mancando un senso comune si entra nel relativismo, nel nichilismo, e quindi il pensiero debole  riflette un abbandono del “pensare in grande, senza avere una meta per cui valga la pena di vivere”. Negli anni settanta l’ alternativa alle ideologie dominanti è teologica, fondata nel  Risorto, la  storia non è un assoluto, l’assoluto è Altro.  Negli  anni novanta  c’è il recupero del “Dio crocifisso come orizzonte di  speranza e di senso” da cui deriva   la prossimità, il legame solidale con le sofferenze umane;  Dio non solo come risposta alle presunzioni  ma  come il compagno vicino, al fianco dei limiti e delle debolezze.  Il cristiano si carica delle solitudini del post moderno e prospetta orizzonti di senso, di misericordia e di carità. La fede non risponde ad ogni domanda ,  il dolore di tanti non trova spiegazione , ma certamente   non è privo di significato nel mistero di Dio.                                                                                                                                                                                          Le teologie  emergenti nel  Sud del mondo, a cominciare dall’America latina, rappresentano el reverso de la historia , e cita Gustavo Gutierrez , il fondatore della teologia della liberazione. Si parte  dal rovescio, dalle marginalità, dalle realtà più dimenticate, dalle oppressioni,  come risposta di giustizia di impronta marxista, ma non sufficiente in quanto la proposta evangelica si pone come pharmacon  legandosi  ad una testimonianza dell’amore del Padre che penetra  nelle strutture di peccato e nelle profondità dei cuori.
Afferma  che è decisivo distinguere fra ciò che è “tecnicamente possibile all’uomo e ciò che gli è eticamente consentito”, l’ obbedienza alla morale si trasforma nell’obbedienza alla qualità della vita per tutti;  la perdita di una dimensione teologica  nel rapporto fra uomo e natura comporta che il progresso possa rappresentare un pericolo per l’umanità.

Volendo affidare delle priorità al cristiano del terzo millennio  indica la carità per i più poveri e l’impegno costante per la pace,  la salvaguardia del creato e la giustizia. Gli strumenti sono dati dalla non violenza e dal perdono. “Amare concretamente gli uomini significa anche capovolgere il loro modo di agire” . E cita San  Giovanni della Croce “Alla sera della vita saremo giudicati sull’amore”.

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