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La fine imprevista ed ingloriosa del Governo Draghi sta causando un vero e proprio disastro politico, non perché l’Italia non possa fare a meno di Draghi, considerato il leader italiano più apprezzato dall’Unione Europea, dalla NATO e dai mercati finanziari, né perché il voto anticipato sia una iattura in sé. Il problema è che lo scioglimento anticipato delle Camere ci costringe ad andare al voto con questa legge elettorale, il rosatellum  che è stato solo formalmente modificato per adattarsi al taglio dei parlamentari.  Come è stato notato da più parti, il rosatellum è una legge palesemente incostituzionale poichè comprime al massimo la libertà di scelta degli elettori attraverso il meccanismo del voto unico (per il candidato del maggioritario e la lista o le liste collegate nel proporzionale) e delle liste bloccate. Ancora una volta agli elettori verrà impedito di partecipare alla scelta dei propri rappresentanti, funzione sequestrata dai capi dei partiti, che continueranno a selezionare i futuri parlamentari sulla base della fedeltà a se stessi. In questa tornata elettorale c’è un altro effetto negativo che nelle elezioni del 2018 non si manifestò a causa dell’imprevisto exploit dei 5Stelle che – di fatto – corresse la curvatura maggioritaria del sistema elettorale, realizzando un risultato, in termini di seggi sostanzialmente corrispondente alla volontà espressa dagli elettori col voto.

In questa tornata elettorale, a causa della ritrovata compattezza delle forze di centro-destra e della scomposizione di quell’aggregato politico e sociale realizzato dai 5 Stelle nel 2018, massimo è il rischio che si verifichi una curvatura maggioritaria, capace di alterare notevolmente la volontà espressa dagli elettori col voto. Il Rosatellum prevede che il 37% dei seggi sia assegnato col maggioritario, in collegi uninominali ed il 61% con il proporzionale (il 2% alla circoscrizione estero). Per ogni collegio uninominale ci sarà un solo candidato per il centro destra, che dovrà fronteggiare 5 o 6 candidati espressi da tutti gli altri gruppi politici. In questa situazione è concreto il pericolo che il centro-destra vinca tutti i 147 seggi della Camera e i 74 del Senato. Del resto l’esperienza delle elezioni siciliane del 2001 dove il centrosinistra perse per 61 a 0 ci insegna che è sempre possibile che una sola forza politica faccia cappotto e conquisti il 100% dei seggi nel maggioritario.

A farne le spese sarebbe la Costituzione perché una rappresentanza politica, gonfiata molto a di là della volontà espressa dal corpo elettorale, avrebbe la forza necessaria per calpestare la Costituzione formale e modificarla radicalmente,  introducendo il modello ungherese o polacco della “democrazia illiberale”, che tanto attrae i leader della nostra destra, o smembrando la Repubblica tramite l’autonomia differenziata, tanto cara ai governatori leghisti.

Questa pericolo evidentemente non inquieta Letta che si sta muovendo sulla stessa strada intrapresa da Veltroni nel 2008. Dopo la disfatta elettorale Veltroni si vantò di aver dato un contributo rilevante alla semplificazione del quadro politico. Nel suo discorso parlamentare del 14 maggio 2008, in sede di dibattito sulla fiducia al governo Berlusconi, l’on. Veltroni ebbe testualmente a dichiarare: “Rivendico al Partito Democratico il merito di aver introdotto ragioni profonde di discontinuità, rispetto ad un Paese che soffriva di una duplice e grave malattia: l’esasperata frammentazione politica e la costante demonizzazione dell’avversario.” Infatti Veltroni, se non riuscì ad arginare il trionfo della destra, tuttavia ottenne il magnifico risultato di espellere dal Parlamento i socialisti, i verdi, i comunisti italiani e Rifondazione comunista. Dopo il 25 settembre Letta potrà vantarsi di aver fatto fuori i 5 Stelle, l’Unione popolare e qualunque altro avversario di sinistra, ma non potrà dolersi se il centrodestra porterà a casa il 100% dei seggi uninominali  e trasformerà il Parlamento in un bivacco di manipoli, rendendo irrilevante la pattuglia dei parlamentari PD.

Certamente non si possono alleare in senso stretto delle forze politiche che hanno culture e prospettive programmatiche differenti, però il Rosatellum, a differenza del Porcellum consente di stipulare accordi elettorali meramente tecnici. Non richiede più un programma comune alle forze che si coalizzano, né l’indicazione di un Capo politico della coalizione. Rifiutarsi di stipulare un accordo tecnico fra diversi, quando Annibale è alle porte è un delitto politico, dal quale traspare la cupio dissolvi di un ceto politico che non crede più nella propria missione.

Certo per federare forze politiche con programmi diversi ci vorrebbe comunque un denominatore comune: quale potrebbe essere questo denominatore comune se non l’antifascismo?

Forse è proprio lo spirito antifascista quello che difetta in sommo grado ai vertici del PD.

di Domenico Gallo

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