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Dalla lezione di Moro ai leader di oggi 

Qualche giorno fa Ciriaco De Mita per dare un giudizio sull’attività del governo ha ricordato la lezione di Aldo Moro convinto che i programmi non sono elenchi aridi di cose da fare. Non si può pensare che una scuola siano i muri e non i professori. Parole che oggi suonano stonate perché purtroppo questa nuova maggioranza non ha una storia alle spalle che la vincola e una cultura di riferimento che riesca ad indirizzare premier e ministri. Tutto deve essere nuovo.

L’unico precedente è il 1994 quando Berlusconi e Forza Italia alleati della destra di Fini e della Lega di Bossi spazzarono via i partiti della prima Repubblica travolti dalle inchieste di Tangentopoli. Allora però a Palazzo Chigi ci andò Silvio Berlusconi. Non aveva esperienza politica ma era fin troppo noto al nostro paese e non solo. L’uomo della Tv commerciale, il presidente vincente del Milan. Un uomo di successo.

Oggi a Palazzo Chigi c’è Giuseppe Conte che prima della sua indicazione a primo ministro in Italia era un signor nessuno. Dovrà avere la capacità e la forza di imporsi ai due veri azionisti di maggioranza del governo: Di Maio e Salvini. E del resto questo è il momento degli uomini nuovi.

Negli Stati Uniti Trump si è imposto prima all’interno del suo partito e poi alla nazione vincendo da outsider. In Francia, Macron ha inventato un suo movimento “En Marche” e in pochi mesi è diventato il presidente della Repubblica. In Spagna il socialista Sanchez governa grazie all’apporto determinante di un movimento nato pochi anni fa come Podemos e nei sondaggi il partito oggi più accreditato è Ciudadanos un soggetto politico centrista che si imposto da poco tempo sulla scena nazionale. Insomma un’Europa che scopre volti e movimenti nuovi e che è alle prese con problemi globali e stretta nella morsa di Stati Uniti, Russia e Cina.

In questo quadro il nostro paese ha leadership che devono misurarsi su terreni impegnativi. Di Maio e Salvini si erano fronteggiati in campagna elettorale e avevano attaccato duramente i governi di centrosinistra e la casta dei politici. Oggi sono loro al timone della nave e devono rapidamente lasciarsi alle spalle i giudizi da opposizione e ragionare da uomini di governo. Con una aggravante in più. In Italia si vota a ritmi incalzanti.

Dopo le elezioni politiche del 4 marzo si sono rinnovati e mai nello stesso giorno i consigli regionali di Molise, Friuli Venezia Giulia e Valle d’Aosta. Domenica 24 giugno ci sarà il secondo turno delle comunali. Il progressivo appiattimento come ha messo in evidenza Giuseppe De Rita deriva dal fatto che viviamo in una perenne tensione elettorale e per questo il sociologo scrive che “la maggioranza dei politici si scatena sulle presenze di pura cronaca (il messaggino da 10 secondi, il selfie in qualche occasione, l’incontro con le vittime delle crisi bancarie), in un intreccio sempre più pervasivo fra politica e cronaca.

Forse sarebbe bene che la politica prendesse atto che dannarsi per entrare in cronaca significa diventare cronaca ed esaurirsi in essa: rischiando di perdere se stessa, la propria consistenza e il proprio prestigio. La trasparenza politica minuto per minuto crea picchi d’opinione ma non stabile qualità del governo delle cose collettive.

Cominciamo a capire il pericolo e cerchiamo di recuperare, se non il primato, almeno l’autonomia della politica rispetto alla cronaca”. I tanti appuntamenti elettorali non aiutano a superare questo scivolamento progressivo in cui siamo finiti ma occorre, per tornare alla lezione di Moro, evitare gli indistinti annunci del faremo questo e aboliremo quest’altro. L’opinione pubblica non va ingannata e sfamata con le promesse per ottenere un consenso immediato.

di Andrea Covotta edito dal Quotidiano del Sud

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