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L’attuale orizzonte globale di tutti i canali di informazione è quasi totalmente occupato dai fatti collegati al massacro dell’Ucraina da parte delle forze militari russe. Sarebbe più esatto parlare di massacro programmato da tempo da Putin, ormai attanagliato da un folle e pericoloso delirio di onnipotenza. È questo l’aspetto più preoccupante della drammatica questione che ci fa prevedere tempi lunghi almeno per un suo parziale componimento. Nel clima spiritualmente significativo di questo iniziale periodo domenicale, con tutta l’umiltà collegata al mio modestissimo angolo d’osservazione, avverto profondamente l’attualità del Vangelo di Marco (4-36) “Venuta la sera”. Sappiamo tutti che la sera è l’inizio della notte: difatti è calata la notte con le sue fitte tenebre, non solo sull’Ucraina, ma anche sull’Europa e sul mondo intero. È la notte della paura, senza confine, come quella che abbiamo vissuto qualche giorno fa, con l’incubo nucleare per l’incendio scoppiato presso la centrale nucleare di Zaporizhzhia, colpita da razzi russi. E l’umanità attonita, come i discepoli di venti secoli fa, in pericolo sulla stessa barca, rischiavano di affondare e, con una sola voce, gridarono “Maestro non t’importa che siamo perduti?” Fu il loro un grido che prorompeva dalla consapevolezza che non potevano salvarsi da soli, ognuno per conto proprio, certi di essere tutti sulla stessa barca. Credo che questa quaresima sarà ricordata per lungo tempo perché ci farà avvertire che davvero costituisce – per i credenti e non credenti – uno straordinario periodo di conversione, spirituale per i primi e certamente umano per i secondi. Credo anche che, dopo venti secoli di tempeste, guerre e paure di ogni genere, l’umanità intera debba prendere atto che si trova di fronte ad un bivio: continuare a vivere in pace o scegliere la strada della morte, nell’oscurità della notte globale. La impressionante solidarietà verso il popolo ucraino in fuga ci fa ricordare l’altrettanto impressionante monito di Papa Francesco, sul Sagrato di San Pietro, venerdì  27 marzo 2020, quando, nell’apocalittica solitudine pandemica, ci ricordava che la tempesta pandemica aveva posto alla scoperto “tutti quei tentativi di anestetizzare con abitudini apparentemente salvifiche, ciò che ha nutrito l’anima dei nostri popoli, incapaci di fare appelli alle nostre radici di evocare la memoria dei nostri anziani, privandoci dell’immunità necessaria per far fronte all’avversità”. La domanda che Gesù oggi ci pone è la stessa di quella che pose agli apostoli impauriti. “Perché avete paura? Non avete ancora fede?” È la domanda che risuona ancora oggi nelle nostre coscienze. Credo che avvertiamo tutti il disagio di non avere altre risposte – lo dovrebbero sapere tutte le più potenti nazioni, l’Europa, la NATO – se non quella della fede e della solidarietà. Al delirio minaccioso di un folle potente, altresì, possiamo fare nostro un concetto mutuato dal grande psicologo americano Joy Paul Guilford- teorizzatore del “pensiero divergente” – secondo cui “senza educazione c’è catastrofe” e la democrazia e il rispetto degli altri sono il sale dell’educazione. In una società come la nostra ad alta definizione tecnologica ed a bassa tensione morale, dal risultato della sfida che si disputa tra educazione e catastrofe, è collegata la possibilità di sfuggire ad ogni possibile catastrofe. Non ci resta, dunque, almeno per noi credenti che gridare forte, tutti insieme, come è avvenuto domenica scorsa in tutte le chiese cristiane del mondo “resta con noi, Signore, nell’ora della prova”.

di Gerardo Salvatore

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