“L’idea da cui sono partita era quella di illuminare una realtà a cui si pensa poco, quella dei figli di detenuti e detenute, spesso discriminati per le colpe dei loro padri. Portano dentro di sè un senso di vergogna per la condizione dei padri o finiscono per assimilare il loro codice di comportamento, come accade ad Imma che arriverà a sputare ad un’agente di polizia che l’ha rimproverata per la gomma che aveva in bocca durante in colloqui con il padre”. E’ l’avvocato Anna Senese a spiegare come nasca il volume “I figli cancellati”, edito da Giannini nella collana ‘I Sorsi, presentato alla libreria Mondadori di Avellino nel corso di un confronto con Michela Mancusi, avvocato e presidente Zia Lidia Social Club, Floriana Guerriero, giornalista, Giovanna Perna, presidente Commissione Pari Opportunità Consiglio Ordine Avvocati e Maria Grazia Villano, vicepresidente Omi. E’ Senese a spiegare come “Si tratta di storie di bambini che ho incontrato nel mio cammino di avvocato penalista. Ho scelto di raccontare quella che è una realtà certamente complicata, segnata non solo da sofferenza e paura ma anche da attese estenuanti, controlli serrati e perquisizioni, regole rigide da rispettare. Una dimensione certamente non adatta all’infanzia che segna fortemente questi bambini. Volevo che i lettori guardassero a questi ragazzi con altri occhi, provando empatia per la loro condizione, riflettendo sull’intimità negata nelle relazioni tra genitori e figli e marito e moglie che caratterizza il carcere”. Ribadisce come “Le istituzioni carcerarie hanno gli strumenti per affrontare queste situazioni, anche grazie al sostegno di associazioni ed educatori. Decisivo, però, è anche il ruolo che può svolgere la comunità, sostenendo questi bambini attraverso laboratori e progetti in collaborazione con scuole e associazioni. In questo modo è possibile dare voce a questi bambini, consentire loro di uscire dallo stigma della vergogna e restituire loro accoglienza, protezione e possibilità di cambiamento, prevenendo forme di devianza. Penso anche alla possibilità da parte delle scuole di accompagnare questi bambini, individuandoli come bambini con bisogni speciali per svantaggio sociale. E’ chiaro che il problema del disagio sociale non si contrasta con i metal detector nelle scuole o inasprendo le pene ma con la prevenzione”. E’ Michela Mancusi a ricordare come il diritto riesca a governare anche temi importanti, lanciando l’idea di raccontare queste storie in un film mentre la giornalista Floriana Guerriero pone l’accento sulla capacità dell’autrice di raccontare cosa significhi essere figli di un detenuto attraverso un linguaggio immediato, accompagnandoci alla scoperta delle loro emozioni e stati d’animo. “Sono storie che ci aiutano a riflettere su come è possibile non lasciare soli questi bambini o immaginare anche una revisione del sistema carcerario perchè i piccoli non paghino per le colpe dei genitori. Storie di bambini che non sanno accettare l’assenza dei genitori, provano rabbia o vergogna per le scelte dei familiari, tanto da avere paura di parlarne ma anche fierezza come nel caso di Imma, orgogliosa del papà in carcere, che considera forte e non piange mai, neppure quando è stato arrestato e che lei cerca di imitare introiettandone mentalità e atteggiamenti come nell’ostilità verso le guardie, a cui arriva a sputare in faccia. Bambini come Jenny che non capiscono quale lavoro lo tenga lontano, perché non venga più a vederlo giocare, tanto da immaginare di non voler lavorare da grande. O ancora come Ciro che, insieme ai suoi fratelli, è costretto a cambiare vita, rischiando di essere strappati ai genitori, poiché possibile bersaglio di vendette trasversali. Con la consapevolezza che “A nessuno frega niente di quello che pensano loro figurarsi di quello che penso io” e una sfiducia crescente nei confronti di assistenti sociali e avvocati e della stessa scuola che può provare a proteggerli ma non può restituire loro quello che hanno perduto. Fino a Sasi, inizialmente così lontano dalle logiche violente della camorra, tanto da preferire una chitarra in regalo piuttosto che un fucile ma che, affidato alle cure dello zio, appena uscito dal carcere, finirà per essere iniziato alla criminalità, finendo per imbracciare un kalashnikov ed essere condannato al carcere con il rimpianto di non essersi mai innamorato”.
Maria Grazia Villano, vicepresidente Omi rilancia sulla necessità di strumenti che favoriscano l’inclusione dei più fragili, offrendo loro nuove opportunità di costruire il loro futuro: “L’impegno che portiamo avanti anche con il progetto Gender equality in our Dna in collaborazione con le scuole, è quello di promuovere la parità di genere nel contesto lavorativo e nella comunità attraverso la sinergia con istituzioni, associazioni e privati. Abbiamo dato vita a un piano di azione con percorsi che promuovono l’empowerment femminile e cercano di avvicinare le ragazze alle discipline Stem”. E’ l’avvocato Giovanna Perna, alla guida del Comitato Pari Opportunità del Consiglio dell’Ordine degli avvocati di Avellino, a ribadire come “E’ necessario investire nella genitorialità in carcere, immaginando un supporto psicologico, garantendo spazi che siano idonei e il diritto all’affettività che è sinonimo di dignità. Di qui la scelta di portare avanti la strada della giustizia riparativa che consente di promuovere la responsabilità del reato, educare alla consapevolezza del disvalore sociale di ciò che hanno fatto”. E spiega come “il libro di Annalisa parla anche di libertà delle donne, costrette a sottostare a regole ben precise quando i mariti sono in carcere, vestendosi in un certo modo per non sfigurare e non essere rimproverate dai mariti quando si recano ai colloqui, preparando piatti anche per i compagni di cella, cercando di proteggere i figli da quella realtà, mostrando una grande forza”.






