di Pasquale Gallicchio
Nella giornata di oggi non c’è soltanto l’impegno del voto. Questa domenica ne richiama un’altra, lontana ma ancora viva nella memoria collettiva: quella del 23 novembre 1980. Per molti, il terremoto dell’Irpinia è ormai un capitolo chiuso della storia, ma non per chi, in questa ricorrenza, sente riaffiorare con forza il dolore per le vite spezzate e per tutto ciò che è andato perduto. A quarantacinque anni da quel tragico evento, mentre siamo chiamati alle urne, avvertiamo ancora di più il bisogno di fermarci a riflettere su ciò che i nostri paesi sono diventati e su chi li abita. Oggi proviamo ad andare oltre il semplice ricordo, oltre la memoria sospesa nel tempo.
Le nostre comunità sono state in gran parte ricostruite, è vero. Eppure, nei centri storici restano ferite che aspettano ancora di essere sanate.
Ma le lacerazioni più profonde non sono quelle dei muri: sono quelle sociali, quelle che attraversano le generazioni e che pesano soprattutto sui più giovani, spesso lasciati a fronteggiare solitudini e incertezze silenziose.
Ci attende una sfida altrettanto grande di quella affrontata nel 1980: far comprendere che la condizione dei piccoli comuni non è un problema marginale, ma una vera emergenza nazionale. Perché i nostri paesi oggi sono in emergenza, e lo sono ben oltre ciò che appare.
Se allora la speranza seppe animare una ricostruzione rapida e concreta, oggi siamo chiamati a un’opera diversa, forse più difficile: ricostruire le persone, rinsaldare i legami, ridare forza alle comunità.
È questa la nuova ricostruzione che ci aspetta, e che non possiamo più rimandare.



