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Giovani: ripartono i bastimenti

Di Gianni Festa

Qual è oggi l’immagine ricorrente dei paesi delle zone interne? Quella degli anziani seduti davanti a un bar che ammazzano il tempo giocando a carte. Di giovani neanche a parlarne. Sono andati via in cerca di un lavoro. Alessandro ha 16 anni. Il padre lavora in Australia, la madre fa la badante in un paese vicino e a lui ci pensano i nonni. Gli chiedo come vede il suo futuro. Non esita: andrò via. Qui il lavoro non c’è. I suoi amici hanno già le valige pronte. Anche il parroco si lamenta. Le anime si riducino sempre di più. Nella celebrazione della messa domenicale i banchi restano vuoti. Chi rimane gode delle rimesse dei familiari partiti per terre assai lontane. Ieri come oggi. Come ai tempi dei bastimenti. Ritratti di emigrazione. Con una differenza rispetto agli anni Cinquanta. Allora erano intere famiglie a dividersi lo spazio delle carrette del mare a vapore. Oggi sono i giovani a fuggire. Mi risuonano nelle orecchie le parole pronunciate dal Capo dello Stato, Sergio Mattarella, in occasione dell’anniversario della Festa della Repubblica lo scorso 2 giugno. «Dobbiamo passare dalla fuga dei cervelli – ha affermato Mattarella – alla circolazione dei talenti, perché vivere fuori dovrebbe essere una scelta e non più un obbligo». Parole sacrosante. Tuttavia non è ancora così. Anzi. Qualche dato aiuta a capire. In 10 anni, 337.000 giovani italiani sono espatriati. Secondo l’ultimo rapporto Istat, in più di un terzo dei casi si tratta di giovani laureati. Solo un terzo di loro rientrano. Nella maggior parte la fuga avviene dal Mezzogiorno, in particolare dalle zone interne. La Campania fa registrare statistiche impressionanti. Interi paesi si svuotano. Di buon mattina gli autobus imbarcano ragazzi che viaggiano verso un ignoto futuro. Solo in pochi tornano nei paesi della radice. La maggior parte va a rendere produttive le regioni del Nord e i Paesi esteri. Non v’è dubbio che la fuga dei cervelli potrebbe essere una opportunità per i giovani del Sud, a condizione però che una volta che si sono formati, tornino nei paesi di partenza. Ed è qui il nodo. I giovani tornano, ma solo per trascorrere qualche giorno con i propri familiari. Un rito questo che avviene in particolre nelle feste di Pasqua e di Natale. Dai loro racconti, si coglie la grande amarezza per aver lasciato il proprio paese, ma nel contempo anche la soddisfazione di aver trovato un lavoro sicuro e un modello di vita che offre grandi occasioni di socialità. Non solo. Evidenziano, con indignazione, il ruolo svolto dai rappresentanti della politica locale. Emergono storie di trasformismo e di clientelismo. Meglio stare lontani dall’eterno compromesso. Meglio la fuga. E intanto i genitori che restano vivono con il fiato sospeso, attaccandosi al cellulare per ottenere notizie rasscuranti. La fuga dei cervelli è oggi una costrizione, un obbligo, nonostante l’autorevolissimo messaggio del Capo dello Stato. In realtà, cosa si fa per fronteggiare lo spopolamento, per mantenere i giovani nella propria terra perché essi possano diventare protagonisti di una rinnovata lotta per il riscatto meridionale? Si fa poco o quasi niente. La formazione professionale che impegna milioni di euro ha il marchio del già visto negli anni che scorrono: corsi formativi senza nessuno sbocco reale nel mondo dei mestieri e delle professioni e così via sprecando risorse. Sono un insulto nell’era della società tecnologica. Ma portano voti e consenso elettorale. La classe dirigente meridionale rispetto al nuovo che avanza resta cieca e muta. Come sempre. Solo alcune start up volute e ideate dai giovani offrono qualche segnale di speranza. Ma è poca cosa rispetto ad un popolo di ragazzi in fuga.

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