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di Egidio Leonardo Caruso

Sempre più spesso si assiste a episodi di violenza che coinvolgono le grandi metropoli del paese, ma anche i centri di provincia, che vedono protagonisti giovani di diverse fasce d’età, dai 13-17 anni fino ai 18-21 anni, che non trovano altro di meglio e più istruttivo da fare, che picchiarsi tra loro, sfasciare auto, vetrine di negozi o ancor peggio, prendere di mira anziani, disabili o più banalmente, chiunque abbia la sfortuna di capitare nel momento sbagliato, nel posto sbagliato.

Spesso infatti dietro a questo genere di episodi ci sono le cosiddette baby gang, gruppi di giovani teppisti che trascorrono la maggior parte del tempo per strada seminando terrore, il più delle volte senza un giustificato motivo, ma solo per il “gusto di vedere l’effetto che fa”. Perché l’importante non è chi tu sia realmente, ma chi tu mostri di essere al tuo potenziale pubblico, quante persone “ti seguono”, quanti like ottieni con i tuoi post o video in rete, perché l’apparire, il sapersi creare un personaggio che piace è tutto.

In realtà spesso dietro e dentro ciò che si mostra all’esterno attraverso atteggiamenti così violenti, si cela una grande debolezza, il bisogno di approvazione, il riconoscimento del sé da parte del gruppo dei pari e dalle figure di riferimento, una grande richiesta d’attenzione.

Certo a differenza del passato dove si viveva in una società meno frenetica, con dei ritmi di vita più lenti, in bona sostanza si viveva “alla giornata”, la preoccupazione principale era portare il pane a casa, oggi invece, i nostri giovani sono iperstimolati. Fin da piccoli infatti sono attratti da immagini sempre più potenti, dal forte potere persuasivo con i colori sempre più sfavillanti della TV, fino ad arrivare progressivamente con l’avanzare dell’età, all’uso spesso ininterrotto di smartphone, tablet e console, dove poter giocare e seguire i propri idoli del momento.

A partire dagli anni Duemila il crescente sviluppo della rete internet e la comparsa nel panorama mondiale dei social media, ha radicalmente capovolto il paradigma delle relazioni sociali rendendo tutto più rapido e fluido, mentre prima anche per scambiare notizie, informazioni da luoghi distanti fra loro trascorrevano mesi, oggi basta un piccolo click per raggiungere in pochi secondi le località più disparate del globo. Anche una semplice uscita fra amici, che fino a qualche tempo fa rappresentava per molti un momento di distacco dalle ansie quotidiane, oggi subisce l’inevitabile e oserei dire indispensabile, presenza di un nuovo elemento, il dispositivo elettronico pronto a irrompere nella conversazione faccia a faccia, con il suo immancabile “tin” per informarci di qualche avvenimento e rompere quell’attimo di tranquillità.

Dietro all’utilizzo talvolta ossessivo dello strumento tecnologico e all’insorgenza di condotte violente da parte dei giovani c’è una profonda noia, spesso c’è l’assenza dei genitori, stretti nella marsa dei mille impegni, di un’esistenza sempre più precaria e incerta, non si hanno interessi, si vive in una sorta di assenza di desideri, aspirazioni. Si preferisce trascorre il proprio tempo giocando a “fare la guerra”, a “sparare al nemico”, magari perché più “morti fai”, più facilmente passi al livello successivo, finendo così per emulare tali atteggiamenti nella realtà, fino a confonderla col gioco stesso, come purtroppo ci insegnano gli Stati Uniti. Senza contare la perenne “sfida con la morte”, condotta da giovani che si mettono al volante a folle velocità, spesso sotto l’effetto di alcol e sostanze stupefacenti, sprezzanti del pericolo, lasciandosi candidamente riprendere dalla propria videocamera, senza considerare minimamente le gravi conseguenze connesse, che spesso coinvolgono accidentalmente cittadini inermi.

Per non parlare dei tristi fatti di cronaca, che si sono verificate recentemente a Caivano e Palermo, violenze sessuali che hanno visto protagonista un branco di vigliacchi accanirsi su corpi indifesi, poi vantarsi sui social di quanto compiuto.

Sorgono tanti interrogativi: “come è possibile fermare la deriva valoriale ed educativa che colpisce la nostra società?”

La chiave di tutto a mio modesto parere, sta nel ridare senso e valore all’educazione, come l’etimologia del termine suggerisce, educere vuol dire tirar fuori il meglio da ciascuno. Certo non si tratta di un’impresa facile che può essere demandata ad un solo attore istituzionale ma al contrario, riguarda ciascuno di noi, a cominciare dalle amministrazioni locali, le quali dovrebbero adoperarsi maggiormente per favorire la creazione di momenti di socialità, mediante la creazione di biblioteche, cinema, forum giovanili, spazi all’aperto dove poter ritrovarsi e confrontarsi liberamente, aree sport, passando poi alla scuola, prevedendo importanti investimenti sul personale, non solo docenti ma anche pedagogisti e psicologi in maniera permanente, per offrire ai ragazzi la possibilità di parlare liberamente, delle proprie paure, delusioni, dispiaceri, aspirazioni personali. Non da ultimo occorre riscrivere il patto sociale scuola-famiglia saltato ormai da tempo.

Infine non si può dimenticare l’importanza di discipline come: l’educazione civica, e la Storia dell’arte, per riscoprire l’importanza del bello, la necessaria introduzione dell’educazione emozionale e sessuale.

Solo attraverso delle azioni corali di questo tipo, è possibile provare a rispondere in maniera il più possibile adeguata, a situazioni e problematiche sociali tanto complesse.

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