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“Gli astenuti: il ceto dei delusi”, di Monia Gaita

Perché il 4 marzo molti italiani resteranno a casa? Perché in parecchi diserteranno le urne?

Anche l’astensionismo ha un suo linguaggio e ha bisogno di un decodificatore che lo sappia interpretare.

Non mi piace quando si dice che chi non va a votare è un menefreghista, uno che ha in discredito gli organismi democratici e preferisce lo stagno della noncuranza all’assennata opzione di un sistema di governo.

L’astensionismo è cambiato nel corso dei decenni: quello attuale non è scetticismo, non è indifferenza, non è viltà, non è sovversione occulta.

Ritengo, invece, che si tratti, oggi, di cittadini delusi ma consapevoli, che non si riconoscono in nessun partito, e che, avendo a cuore l’importanza del voto, scelgono, da un versante di disappartenenza, di non scegliere affatto.

Il precariato non riguarda solo il mondo del lavoro; c’è un precariato ideologico che i leaders hanno fomentato, una secessione dalla compattezza, dalla stabilità e dal principio unificatore delle alleanze.

Una secessione da uno spazio di identità comune, fragile e strumentale, che ha portato al prosciugamento dei partiti e al prosciugamento dell’entusiasmo e del consenso degli elettori.

Si va affermando, quindi, un vasto agglomerato di incertezza, e un’astensione che non coincide né con un attentato alle istituzioni né con una deresponsabilizzazione – intesa come fuga dalle responsabilità del vivere associato.

Se il cittadino si dimette dal voto è perché il pavimento a incastro tra lui e chi lo rappresenta, si è sgretolato.

E magari lo stesso cittadino non ha mai smesso di credere nei valori che la politica è convocata a difendere e a realizzare.

Il divorzio pernicioso non è dalla politica, ma da questa politica.

La rescissione dal contratto di interdipendenza e reciprocità non è dal Paese, ma dalle dolorose e profonde lacerazioni che questo Paese ha inferto al tessuto esistenziale del singolo e della collettività.

Portiamo rispetto per chi si astiene! Chi si astiene è un richiedente asilo, uno che chiede di vivere in una terra diversa, di non sentirsi più apolide, di ritrovarsi e di attecchire in un luogo. Chi si astiene è un profugo che sfugge all’alluvione dei diritti, e che, nella contesa tra aspettative legittime e una cornice di riferimento sempre più friabile, fa manifesta l’ortodossia del silenzio.

E in un PD triturato, nell’avanzata di nuove coalizioni collaudabili, è necessario che la politica riattragga a sé il ceto dei delusi, con idee chiare, coerenti e definite. L’approccio leucemico ai partiti, converta il passo dall’astenia a una lunga e appassionata fioritura partecipativa.

 

Monia Gaita

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