“Dopo la pandemia si era sperato che potesse nascere un nuovo paradigma, che da quella frattura potesse emergere un cambiamento profondo. Qualcuno aveva parlato persino di una sorta di intelligenza hegeliana del virus. È accaduto l’opposto: si è ristretto lo spazio della democrazia e dei diritti, una deriva che si traduce nel passaggio dall’autonomia regionale all’aziendalizzazione del sistema sanitario, mentre i territori sono lasciati soli. La disorganizzazione esplosa durante il Covid non è mai stata davvero affrontata e il prezzo più alto lo pagano ancora una volta le aree interne. La nostra provincia è segnata da migrazione sanitaria, aspettative di vita più basse e ritardi strutturali cronici. Qualche passo avanti è stato fatto grazie a reti e operatori che resistono con fatica, ma siamo lontani da un vero cambio di passo”.
Ad aprire il dibattito organizzato da Controvento, Sinistra Italiana e Sipuò, è l’ex consigliere comunale Amalio Santoro, che è anche medico. Al tavolo dell’incontro organizzato al circolo della stampa ci sono Antonio Limone, direttore generale dell’Asl di Caserta, Pino Rosato, presidente del consiglio di amministrazione della Villa dei Pini, e Generoso Picone, presidente di Controvento.
Santoro ricorda che grazie al Pnrr, entro il 2026 dovrebbero sorgere dieci Case della Salute e tre Ospedali di Comunità: “Ma, al di là degli annunci, siamo ancora in una fase sostanzialmente progettuale. Si celebra la medicina territoriale, ma non si vede un infermiere di comunità né una reale presa in carico. Il rischio concreto è che anche questa diventi un’occasione perduta”.
Persistono criticità evidenti: “Il depotenziamento del servizio di emergenza, l’assenza del medico sulle ambulanze, la crisi delle guardie mediche, il ruolo del medico di base ancora “ingessato”, dice Santoro. “In questo quadro l’ospedale Moscati di Avellino vive una sorta di solitudine titanica: nato come polo di alta professionalità, ricerca e attrattività anche universitaria, rischia oggi di snaturarsi. Altre strutture, come Solofra, restano sospese in una zona grigia, con progetti mai concretizzati”.
Per Santoro, manca poi una gamba decisiva del sistema: il sociale: “L’Irpinia è attraversata da un disagio profondo. Non a caso era stata avanzata la proposta di un Assessorato al disagio, non come slogan ma come sguardo globale su fragilità, povertà e solitudine. In molti territori i Piani di Zona restano bloccati per anni, i servizi per la presa in carico h24 funzionano a intermittenza e l’esternalizzazione, teorizzata come soluzione universale, mostra tutti i suoi limiti, rendendo necessaria una verifica seria e, in alcuni casi, un ritorno a una guida pubblica”.
Il ragionamento è politico: “C’è un modello di città diverso da costruire e da difendere, ma gli amministratori locali spesso non hanno strumenti reali per incidere, schiacciati da equilibri politici che premiano più la fedeltà che il pensiero critico. Questo è il terreno del confronto. Da un lato c’è una destra che spinge sull’autonomia differenziata, sulla privatizzazione e su un modello che avanza sfruttando le disuguaglianze sociali. Dall’altro, un campo progressista che oggi fatica persino a esistere. Il centrosinistra, in questa fase, non è in campo: è stato liquidato un anno e mezzo fa e non sappiamo se e da dove arriverà un supporto, se da Roma, dall’Europa o da nuovi luoghi di elaborazione politica”.
Per quanto riguarda le prossime elezioni amministrative: “Un’alleanza non nasce per improvvisazione. Servono idee guida, confini chiari, una visione esigente. L’idea di un campo largo che diventa sempre più indistinto, capace di offrire a chiunque una possibilità di rientro, rischia di stancare e di produrre solo compromessi al ribasso. La città ha già detto di non accontentarsi. Pretende di più: una politica più rigorosa, più appassionata, più disinteressata”.
Limone ricorda che il Servizio sanitario nazionale nasce da una visione politica chiara, elaborata nel 1977 e approvata nel 1978 dopo un lungo dibattito parlamentare. In quel passaggio storico matura una delle più alte riforme sociali della Repubblica. “Noi non ne abbiamo mai fatto mistero: quella riforma affonda le sue radici nella cultura dei cattolici democratici. Universalità delle cure, uguaglianza dei diritti: il Servizio sanitario nazionale nasce come pilastro di civiltà e come applicazione concreta di un principio costituzionale. Oggi quel modello è sotto pressione. Il paziente chiede prestazioni più evolute, più tecnologiche e quando il sistema non governa l’appropriatezza diagnostica il sistema fallisce. Il cambio di paradigma è qui: passare dal numero delle prestazioni agli esiti, dalla frammentazione alla presa in carico del paziente.
La tecnologia lo consente: monitoraggio continuo dei pazienti cronici, sistemi informativi integrati, uso consapevole dell’intelligenza artificiale. Gli strumenti non vanno demonizzati: la scienza e la tecnica sono parte della soluzione, non il problema. Ma il sistema deve cambiare intorno al cittadino. Non basta parlare di qualità se non si investe davvero sulla prevenzione concreta. L’alimentazione, ad esempio, incide sulla salute molto più dei farmaci, eppure resta marginale. Il tema del microbiota è centrale nella ricerca, ma ancora escluso dagli esami di routine, lasciato al privato.
Un sistema sanitario pubblico – dice Limone – regge solo se sa integrare prevenzione, innovazione e appropriatezza. Il privato ha un ruolo, ma va governato. La vera forza resta la presa in carico pubblica a 360 gradi”.
Il punto finale è politico: mettere “il paziente al centro”, non gli interessi di chi eroga o gestisce le prestazioni. La sanità non è solo un servizio: è “un indicatore di civiltà democratica”. Difenderla e rinnovarla significa difendere la democrazia stessa, conclude Limone.
Infine Rosato spiega come la riduzione di personale e strutture sia all’origine della gran parte dei problemi della sanità di oggi. C’è poi la situazione dei medici: quando viene tolta la possibilità di avanzamento di carriera e di maggiore responsabilità, viene meno la passione, l’interesse e spesso anche la volontà di restare a lavorare.
Un elemento positivo è rappresentato dal contratto collettivo nazionale dei medici di medicina generale che finalmente introduce incentivi economici legati a obiettivi precisi.
E ancora: “le Case della Salute e gli ospedali di comunità, previsti dal Pnrr, restano però ancora in gran parte sulla carta. La mancanza di personale adeguato e di organizzazione efficace limita la capacità di rispondere ai bisogni della popolazione, nonostante gli investimenti e le tecnologie disponibili. Ciò evidenzia quanto sia urgente ripensare la gestione territoriale e rendere operative le strutture entro le scadenze previste. Senza un approccio coordinato, che valorizzi competenze, incentivi e strumenti innovativi, resta difficile garantire una funzionalità reale del sistema sanitario territoriale, compromettendo la capacità di offrire risposte adeguate ai cittadini”.



