Si fa denuncia dell’insensatezza di ogni guerra, che non risparmia mai innocenti, il romanzo di Michela Marano “Il cielo è d’acciaio”, Capponi editore. A prendere forma sulla pagina gli orrori del conflitto tra Russia e Ucraina attraverso lo sguardo di un ragazzo di diciotto anni, Ruslan, che vive a Talakivka, nei pressi di Mariupol, nell’Ucraina orientale. Il suo mondo va in frantumi all’improvviso, allo scoppio della guerra, con il padre costretto a partire per il fronte e la decisione di fuggire insieme alla madre e alla sorella verso un luogo più sicuro, lasciando i propri nonni nella città natale. Sarà l’inizio di un viaggio che, come sottolinea la stessa autrice, diventa un percorso di formazione, segnando il passaggio all’età adulta “Ruslan sta per lasciare l’adolescenza per spingersi nelle responsabilità della vita adulta e questo passaggio per lui avviene in maniera sofferta, con poche certezze, con le immagini di morte e distruzione, con un vuoto ormai incalzante nella sua vita. Ma esso è anche un passaggio conquistato in maniera razionale. Ruslan sa di non dover mollare: porta con sè una promessa fatta a suo padre, che combatte al fronte, alla madre e alla sorella fuggite profughe nell’Europa occidentale.”. Costante il confronto tra presente e passato, tra la vita di un tempo e il presente da incubo, un presente scandito da una quotidianità nuova. Ruslan, impossibilitato a uscire dal rifugio, per la paura delle bombe, può solo immaginare le forme delle nuvole e i colori del cielo, quelli che amava osservare nei campi in tempo di pace. E persino quando trova il coraggio di uscire, si ritroverà di fronte a un paesaggio che non riconosce “Ai miei occhi sembra tutto metallico: dalle macchine ai pezzi di artiglieria abbandonati per strada, anche il grigio del cielo è metallico, quasi del colore dell’acciaio”.
Nelle pagine di diario che Ruslan consegna ai lettori, c’è la lotta per la sopravvivenza e insieme il suo processo di crescita che coincide con la presa di coscienza della meschinità di ogni guerra, della disumanità del mondo, di una netta contrapposizione tra i potenti che decidono e i cittadini costretti a pagare il prezzo delle loro decisioni. Una disumanità a cui contrappone il coraggio, decidendo di unirsi con l’amico Ismael, ingegnere della Giordania, incontrato durante la fuga, alla Resistenza civile. Un coraggio che si sgretola di fronte all’orrore che gli restituiscono i suoi occhi, a partire dai sentimenti di paura e sofferenza di chi vive nei bunker, tutto ciò che rimane delle città devastate. Malgrado ciò, Ruslan non perde mai la speranza “di ritornare a Talakivka, di incontrare di nuovo i miei nonni, di rivedere mio padre e di lasciarmi salutare dalla coda scodinzolante del mio cane Arold”, pur nutrendo dentro di sè la certezza che nulla può essere come era. Come quando giunge a Mariupol “Ora la città ha un solo colore: il grigio della polvere degli edifici caduti, il grigio del cielo e questo cielo fisso, immobile, compatto, che sembra d’acciaio. Poco è rimasto di quello che c’era: in pochi giorni la città è stata come polverizzata, stritolata dalla furia distruttiva del nemico”. Fino all’orrore delle fosse comuni di Bucha dove le macerie del presente si contrappongono ai ricordi della vita di prima “Trascorro il mio tempo camminando per l’edificio: mi muovo da destra a sinistra qui al pianterreno, come disorientato per l’odore tetro di morte che vi si respira. Tra ammassi di pellicole e di fotografie, frammenti della vita che è stata, ritrovo anche delle pagine di libri, strappate, ammucchiate e annerite”. Libri che custodiscono quella memoria da salvaguardare. Perchè è come se questa guerra parlasse anche di altre guerre, di altri genocidi, della follia nazista e di quella degli armeni fino ad arrivare a Gaza “perchè la pratica insegna che la convivenza pacifica è difficile se minarla nella testa degli uomini lo è ancora di più”. Tra sotterranei di acciaierie che diventano luoghi strategici, rifugio di battaglioni e combattenti, donne e bambini dagli occhi spenti che scelgono di rimanere in città ridotte in cenere, contadini o operai decisi a svolgere il loro lavoro fino alla fine, costretti ad accompagnare moglie e figli in treno fino al confine per poi ritornare a combattere, giornalisti free lance che cercano di documentare l’orrore, Ruslan scopre che il “mondo visto da qui è una carneficina”, che persino la natura è morta, tra alberi carbonizzati e distese che non hanno più nulla di verde. Un viaggio che non gli risparmierà la sofferenza di vedere la casa dei nonni distrutta, il campo da calcio in cui coltivava il suo sogno di diventare calciatore trasformato in un luogo di sterminio e fucilazioni. Eppure sceglierà di aggrapparsi alla vita malgrado la brutalità che l’avvolge mentre arrivano notizie di trattative in corso o di nuovi orrori. Per scoprire che la rassegnazione spegne la forza di vivere, che non resta che farsi forza a vicenda, condividendo storie come accade con Ismael, sua guida nel viaggio o facendo da maestro al piccolo Nazar e che probabilmente nessuno vuole la pace ed è per questo che è difficile immaginare la fine del conflitto.


