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Il nuovo Pontefice e la lezione di Sant’Agostino

di Virgilio Iandiorio

Quando è stato dato l’annuncio dell’elezione del nuovo Pontefice, mi sono venuti in mente i primi versi de L’Aquilone di Giovanni Pascoli:

C’è qualcosa di nuovo oggi nel sole, / anzi d’antico…

In cui “nuovo” e “antico” camminano appaiati. Ed è questa la sensazione che la notizia mi ha trasmesso. Se il buongiorno si vede dal mattino, c’è da credere che questa elezione di Leone XIV promette bene.

Il nuovo Pontefice è di formazione agostiniana. In suo omaggio, sono andato a rileggere il De Magistro, che “ può considerarsi ed è la testimonianza più preziosa sul tema centrale del linguaggio di tutto il progresso della filosofia antica…In ambito cristiano costituisce il punto di arrivo più alto dell’ideale educativo del Cristianesimo nel tentativo di sintesi del problematico rapporto  tra la cultura classica e quella religiosa ispirata al Vangelo del Nazareno” (dalla presentazione di V. Grossi al libro di Paola Pascucci, Il maestro – l’arte di insegnare, 2012)

Il dialogo si svolge tra Agostino e il figlio Adeodato, morto prematuramente alle soglie della giovinezza. Esulando da un discorso sulla qualità e l’importanza del discere (imparare) e del docere (insegnare), due parole hanno suscitato la mia curiosità, apprendere e rievocare: si apprende col rievocare e chi insegna stimola alla rievocazione. Dice Sant’ Agostino:

“Io invece penso che v’è un genere d’insegnamento per rievocazione, e importante certamente. Il fatto stesso lo dimostrerà durante questo nostro discorso. Ma se tu non ammetti che si apprende col rievocare e che non insegna anche chi stimola alla rievocazione, non ti faccio obiezioni. Stabilisco comunque fin d’ora due ragioni del linguaggio, o per insegnare o per stimolare alla rievocazione gli altri o noi stessi”.

Le parole che colpiscono non sono quelle che fanno rumore:

“Quindi non v’è bisogno nella preghiera del linguaggio, cioè di parole che suonano. Si eccettua il caso di dover esprimere il proprio pensiero, come fanno appunto i sacerdoti, non perché Dio ascolti, ma ascoltino gli uomini e, seguendo col pensiero suscitato dalle parole, si rivolgano a Dio”.

In un altro passo del dialogo, Agostino è esplicito:” Nel pregare Dio, di cui è impossibile pensare che apprenda o rievochi, le parole hanno la funzione di esortare noi stessi ovvero di esortare o anche insegnare agli altri”.

 

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