La stazione ma non solo la stazione. A Borgo Ferrovia i treni non passano: l’elettrificazione è in corso, ma il capoluogo resta isolato. Claudio Petrozzelli, promotore dell’iniziativa di ascolto civico di Adesso Avellino, ha lanciato nei mesi scorsi una petizione per chiedere che la stazione torni a funzionare. Cinquemila firme raccolte non sono poche. II treno è una speranza. Ma non basta il treno.
Questa mattina Petrozzelli ha convocato una conferenza stampa ad Avellino Scalo, nell’edificio della stazione, per presentare un sondaggio sulla percezione che soprattutto i giovani hanno di Avellino. Nel report vengono segnalati problemi noti e soluzioni possibili e spesso praticabili. Ciò che manca – emerge tra l’altro dal sondaggio – è la politica. Però ci sono le amministrative e qualcosa si può fare: “Abbiamo bisogno di un piano di governo per la città che vada oltre i cinque anni della prossima consiliatura e che guardi con decisione al futuro”, dice Petrozzelli.
L’iniziativa elettorale ed eventualmente di governo tocca al campo largo, “un’alleanza necessaria: non ci sono alternative. Qualcuno parla di larghe intese, ma eventuali intese devono collocarsi all’interno di un perimetro chiaramente progressista. Le larghe intese vanno lette alla luce di quanto avvenuto in Regione Campania e non credo assolutamente che si possa uscire da quel perimetro. Al massimo, se ci si può allargare, lo si può fare a sinistra, non certo a destra”, afferma Petrozzelli.
Alla conferenza stampa di Petrozzelli il campo largo è visibile: ci sono Enza Ambrosone e Luca Cipriano, ex consiglieri comunali del Pd; Adriana Guerriero, ex vicesegretaria del Pd; Leonardo Festa, altro esponente dem; Franco Iovino, Francesca Di Iorio e Nino Sanfilippo, per citarne alcuni. Presenti anche Roberto Montefusco, coordinatore provinciale di Sinistra Italiana, e Costantino D’Argenio, coordinatore cittadino di Rifondazione Comunista; Antonio Bellizzi, ex consigliere comunale ed esponente di Controvento; Stefano Iannillo.
Ancora sulle amministrative: “Il candidato sindaco si sceglie facendo politica. Primarie aperte, con il rischio di ingerenze esterne, non mi sembrano la soluzione migliore. In questo momento, a mio avviso, occorre fare incontri come questo: partiti e associazioni devono confrontarsi, ragionare insieme e individuare il miglior candidato possibile per questa città. Il Pd – continua – ha una responsabilità particolare: essendo il partito che ha ottenuto la maggiore percentuale di consenso alle regionali, deve indicare un metodo, convocare i tavoli e fornire un indirizzo politico chiaro”.
E sulla stazione: “Chi oggi ha potere decisionale – mi riferisco all’assessore regionale ai Trasporti e vice presidente della Regione Mario Casillo e al presidente della Commissione Trasporti Luca Cascone – deve dare delle risposte. Non a me, ma a un’intera città e a un’intera provincia che chiedono perché i lavori siano fermi, quando termineranno e se esistano le risorse per completare un’opera già finanziata negli anni scorsi”.
Per compilare il report si è deciso di ascoltare direttamente i cittadini, le loro percezioni e preoccupazioni. Sono stati interpellati soprattutto i giovani: quattro persone su dieci hanno tra i 18 e i 29 anni. Il documento restituisce una fotografia dei disagi percepiti quotidianamente e segnala come la questione del collegamento ferroviario emerga con forza tra le priorità della cittadinanza. I cittadini sono arrabbiati per il degrado, per la carenza dei servizi, per il lavoro che manca o che, quando c’è, è mal pagato e precario. Ma hanno anche la volontà di restare: sentono, nonostante tutto, un forte legame con Avellino, vissuta ancora come casa, come spazio di relazioni, come patrimonio umano e territoriale che merita di essere difeso e rigenerato.
L’obiettivo del report è duplice: da un lato mettere in relazione i risultati dell’indagine con iniziative già avviate – come la petizione per la riapertura della stazione ferroviaria – per trasformare una mobilitazione prevalentemente digitale in una vera agenda politica; dall’altro costruire una base di contatti utile ad attivare tavoli tematici, momenti di confronto e percorsi partecipativi continuativi.
Il questionario è stato strutturato attraverso domande chiuse e aperte, con l’intento di raccogliere sia dati quantitativi sia riflessioni qualitative.
Il form ha raccolto 187 risposte. La maggioranza proviene dal centro cittadino, ma è ben rappresentata anche una pluralità di quartieri: Valle, Rione Parco, San Tommaso, Picarelli, Ferrovia.
La sfida è trasformare disagio e critica in progetto. Non basta lamentarsi: “serve organizzarsi, adesso”.
Le prime parole associate ad Avellino restituiscono un racconto doppio. Da una parte emergono affetto e appartenenza: verde, natura, casa, tranquillità. Molti continuano a riconoscere nel paesaggio, nelle colline e nei boschi il patrimonio più autentico del territorio e vedono Avellino come una città “a misura d’uomo”, non caotica, con ritmi più lenti e una qualità ambientale invidiabile.
Dall’altra parte, però, compaiono parole pesanti: degrado, buche, traffico, tristezza, noia, spopolamento. È qui che si coglie la frattura principale: l’amore per il luogo convive con la rabbia per il declino urbano. La bellezza resta, ma non viene trasformata in opportunità. La politica appare incapace di valorizzarla, lasciando spazio a cantieri fermi, servizi carenti e una percezione diffusa di abbandono.
Molti giovani riconoscono il valore ambientale e umano del territorio, ma lo considerano insufficiente. Senza lavoro, mobilità e vita sociale, la tranquillità si trasforma in isolamento e la casa in un residuo, non in una scelta. La combinazione “tranquillità, noia, spopolamento” ricorre spesso e racconta una fatica quotidiana.
Chi lascia Avellino lo fa quasi sempre per una combinazione di fattori, non per una singola ragione. Le motivazioni immediate – lavoro, opportunità, trasporti – si intrecciano con una percezione più profonda: qui il futuro appare più difficile da costruire. Le parole chiave ricorrono con insistenza: mancanza di lavoro o lavoro mal pagato, trasporti inadeguati e isolamento ferroviario, povertà di servizi e opportunità culturali, clientelismo e mala politica, senso di chiusura e scarsa attrattività.
Non sono giudizi astratti, ma esperienze vissute. Dietro le risposte ci sono carriere interrotte, talenti costretti a partire, imprese che non nascono per assenza di ecosistema. Il lavoro non è solo reddito: è dignità, prospettiva, possibilità di restare.
Quando si chiede cosa cambiare immediatamente, le risposte sono nette e concrete. Due temi dominano su tutti: mobilità e lavoro. La stazione ferroviaria diventa il simbolo di un isolamento più ampio, mentre le condizioni delle strade sono descritte come indecorose. La mobilità non è percepita come un disagio tecnico, ma come una causa diretta di esclusione, perdita di opportunità e declino economico.
Accanto a questo emergono con forza la debolezza dell’amministrazione pubblica, il clientelismo, la sanità in affanno, l’assenza di una vita culturale strutturata e di spazi per la comunità. La percezione è quella di una città poco curata, in cui i servizi essenziali faticano a funzionare e gli spazi pubblici non sono valorizzati.
Le risposte sulla difficoltà quotidiana restituiscono una sensazione diffusa di fatica: muoversi, lavorare, crescere una famiglia, trovare luoghi di socialità richiede uno sforzo continuo. Avellino appare come una città che chiede molto ai suoi abitanti e restituisce poco in termini di servizi e qualità della vita. Non è un solo problema a pesare, ma l’accumulo di piccoli ostacoli che rendono la quotidianità complicata e spingono a immaginare altrove il proprio futuro.
Eppure, le ragioni per restare o tornare non mancano. Famiglia, affetti, radici, costi della vita più contenuti, natura e uno stile di vita più umano sono elementi ancora forti. Avellino resta “casa” per molti. Ma questo capitale affettivo è fragile: senza lavoro dignitoso, mobilità e servizi, non regge nel tempo.
Il tema dei trasporti ritorna anche nelle risposte positive: molti resterebbero se la città fosse meno isolata. L’idea di un polo universitario, di una strategia su agricoltura sostenibile, turismo e ricerca viene vista come leva decisiva per un progetto di futuro. Accanto alla speranza, però, emerge anche la sfiducia: per alcuni, senza opportunità reali, nessun richiamo affettivo è sufficiente.




