Sono cresciuto guardando ogni giorno una piccola bandierina biancoverde appesa ad una cordicella su una finestra della cucina di casa.
Appena iniziava la partita, mia madre accendeva la radio per una radiocronaca che per lei era più importante dello sbarco della luna di Neil Armstrong.
Sobbalzava ad ogni occasione da gol, come quando un bus inciampa in una buca, mentre mio padre più prosaicamente soffriva altrove.
Anni dopo quando scelsi la mia vera squadra del cuore quella dai colori rossoblù ero già lontano da casa, e quando una domenica, io Avellinese tornai nella mia città nel settore ospiti, vidi avvicinarsi i miei a braccetto:
Lei era felice di rivedermi mentre mio padre mi sussurrò con gli occhi,
“Ma non ti vergogni?”.
Poi vennero le trasferte a Genova, dove per assumere una posizione solo apparentemente neutrale me ne andavo in tribuna, attento a non aprire bocca, a proferire accenti, a non fare pugnetti per chissà quale squadra avesse segnato o scelto.
Mi sentivo straniero essendo un foresto.
Mi sento sempre straniero ovunque vada, a qualsiasi partita assista. per qualunque squadra del cuore parteggi.
E anche ieri sera a Venezia è stato così.
Il richiamo del lupo era troppo forte anche di martedì sera in uno scenario come quello di Sant’Elena, con uno stadio di altri tempi, in mezzo alla laguna tra il Lido e San Marco, in un luogo che a breve lascerà spazio ad una arena in terraferma per uno nuovo stadio probabilmente modello americano.
Con il mio veneziano appendice di vita, abbiamo iniziato il classico giro di bacari tra cichetti sempre più cari e piccoli, ma senza toccare ombre bianche o rosse per evitare conti salati e arrivare in tribuna mezzi brilli, prima dell’imbarcata in campo.
La tribuna pullulava di irpini, per un attimo sembrava di stare al Partenio, e il settore in trasferta era bello pieno per essere un feriale, con una bandiera che omaggiava il mitico Walter White.
A bordo campo una nostra vecchia conoscenza, Zio Balla, dall’inconfondibile cappellino aderente e le braccia dispiegate verso il campo come un Conducator che indica la via al popolo.
E se la partita dopo l’espulsione esagerata prendeva la strada già segnata alla vigilia, era un viavai di persone che mi incuriosiva meglio delle presunte alchimie tattiche.
Pensavo fosse un chiosco ai piedi della tribuna ad offrire a pagamento ombre e cicchetti, ed invece vista l’adesione cospicua, si trattava di una piccola elegante terrazza bianca, al riparo dal vento e dai gols, ad aprire porte e servire calici di prosecco e birrini per chiunque si fosse lassù recato.
Non se ne sono accorti una coppia di arzilli anziani in prima fila in tribuna, che pensavo fossero abbonati di lungo corso della squadra della Serenissima, ed invece erano di Belfast tifosi del Palace, venuti a vedere il football, “Because is very beautiful stay here”.
Mentre Zio Balla ripiegava le braccia nel suo giubbotto, era forse il caso di guadagnare l’uscita appena prima del quarto cichetto rimediato da un azzoppato e sconsolato lupo.
Il vaporetto puntuale come un treno giapponese, ci regala uno scenario notturno da favola:
La Biennale, San Zaccaria con sullo sfondo Piazza San Marco, la Salute, il Mulino Stucky ritiro di lusso del Genoa, le Zattere fino a Piazzale Roma per l’ennesimo bus del giorno.
Su un balcone di casa anni fa ho esposto verso il cielo una bandiera biancoverde, in modo tale che i miei potessero vederla.
Ma è un pensiero che mi assilla e mi tormenta da sempre:
Qui a Venezia sono straniero, a Genova sono foresto, a Praga jeden host . ma “ dove sono veramente a casa mia?”, mi chiedo ogni giorno?
E mi è venuto in mente l’inno a me caro, che più amo:
“Kde domov můj?”
Appena la trovo mi fermerò.
Forza Genoa e Forza Lupi!
Pasquale Iannaccone




