Di Franco Fiordellisi
L’Italia anestetizzata, con Olimpiadi e Sanremo da tele-meloni, orgoglio nazionale, è il segno dei tempi bui che stiamo attraversando: un Paese distratto mentre, sul piano istituzionale, dell’informazione, si consuma una torsione profonda della democrazia costituzionale ben più di quanto accaduto con altri governi di centro destra del passato. .
La Presidente del Consiglio critica sistematicamente sentenze e provvedimenti della magistratura, accusa i giudici di faziosità politica, suggerisce ai pubblici ministeri quali reati contestare e arriva ad accomunare, sotto l’etichetta di “nemici dell’Italia”, terroristi e decine di migliaia di cittadine e cittadini che manifestano pacificamente per ragioni legittime, anche quando non piacciono a chi governa. Questo non è semplice linguaggio propagandistico. È violenza politica istituzionale.
Le parole di chi governa sono più gravi di qualunque violenza di strada, perché incidono direttamente sul terreno delle garanzie democratiche. E diventano ancora più inquietanti quando ministri evocano con leggerezza stagioni di terrorismo e brigatismo, come se il conflitto sociale e il dissenso democratico fossero già una minaccia all’ordine costituzionale.
È in questo contesto che va collocato il referendum sulla giustizia.
Non si tratta di garantismo astratto né di una questione tecnica. Si tratta di una riforma che modifica sette articoli della Costituzione – 87, 102, 104, 105, 106, 107 e 110 – e che interviene sull’equilibrio tra i poteri dello Stato.
La separazione delle carriere, la duplicazione dei Consigli superiori e l’istituzione di una nuova Alta Corte disciplinare indeboliscono l’autonomia del potere giudiziario, rompendo quel sistema di autocontrollo reciproco tra legislativo, esecutivo e giudiziario che è il cuore della democrazia costituzionale.
Quando uno dei tre poteri viene delegittimato e riorganizzato in funzione di un controllo politico, l’equilibrio si spezza. Non è la prima volta che accade .
Eppure l’esperienza di Clemente Mastella, travolto da un uso politico del conflitto tra poteri e poi assolto, ed è lui a ribadire quanto sia pericoloso trasformare la giustizia in terreno di scontro istituzionale permanente: non ne esce rafforzata né la politica né la magistratura, ma si indebolisce la fiducia democratica complessiva.
Su questo punto colpisce la lucidità di Rino Formica, riformista socialista vero, quando avverte che qui il diritto c’entra fino a un certo punto: la posta in gioco è il rischio concreto di rendere irreversibile il declino democratico, concentrando il potere e svuotando i contrappesi costituzionali.
Per questo serve il coraggio di dire No.
No a una riforma che mina l’autonomia della magistratura. No a un disegno che prepara l’elezione diretta del capo del governo e ridimensiona il ruolo di garanzia del Presidente della Repubblica.
No a una democrazia ridotta a procedura senza equilibrio.
Una valanga di No può ancora indicare la strada di un rinascimento, civile, democratico e progressista, oggi più che mai necessario in una fase frattura profonda, segnata da scarsa partecipazione al voto, da semplificazioni populistiche da derive illiberali nelle democrazie occidentali che riducono la politica a comando dei potenti e dei mercanti entrati nel tempio della democrazia..
Già segretario della CGIL irpina



