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“Il silenzio degli alberi”, Spadea canta la bellezza dell’universo e la luce della vita, più forte di ogni dolore e mancanza

“Esiste, lo so, un mondo migliore. E’ nel silenzio intenso degli alberi, così diverso da quello degli uomini”. Scrive così Clara Spadea nella sua raccolta “Il silenzio degli alberi”, edita da Terebinto. Un silenzio, come spiega l’autrice nell’introduzione, “fatto di immensità, di pace, di armonia ed equilibrio cosmico”. Ed è in quest’armonia la bellezza dell’universo che dà senso all’esistenza, quella stessa bellezza che la poetessa cerca nei piccoli gesti “quelli inattesi/che improvvisi arrivano/nell’abbandono/nel vuoto generale/mentre fuori piove/E’ la voce dei cuori/mai rottamati/palpito umano/sopravvissuto a ostilità e devastazioni”. Spadea la chiama “malia della vita”, che arriva all’anima ed è capace di annientare “l’eco di ogni pena”, una malia che è nell’umanità più autentica, nel valore delle relazioni umane e della condivisione, contro ogni forma di indifferenza.

L’autrice è consapevole del dolore del mondo, dal pianto dei bambini privati dell’infanzia alla solitudine di chi è schiacciato dalla paura, sa di non poterlo cancellare se non dando valore all’altro ogni giorno, senza lasciarsi confondere dal “vacuo rumore del mondo”. Come ben sottolinea Gennaro Iannarone è la speranza il filo conduttore della raccolta, speranza nelle nuove possibilità che sa offrire la vita, poichè non c’è altra strada che guardarla negli occhi con gratitudine e a volte con rabbia, speranza nell’eternità dei sentimenti “Dammi un giorno almeno/un solo giorno/in cui credere/che l’amore vivo/ora sulle tue labbra/sia fiamma che arderà domani”, alla ricerca di ancore che consentano di restare saldi ma è soprattutto certezza della “bellezza/dei cuori limpidi/che sanno curare”,  quietudine dell’anima, più forte dei detriti accumulati e delle briciole, fede nella purezza “delle cose selvatiche/quelle che sanno spogliarti/delle inutili fragilità”.

C’è sempre nei suoi versi la consapevolezza che bisogna imparare a convivere col buio e con le assenze costanti e lo si può fare solo trovando dentro di sè “la libertà di essere e resistere anche in un mondo così vanesio”, quello che la poetessa chiama “il tempo dei papaveri, quello del rosso porpora/che spicca selvatico/nei prati incolti”. Poichè “Serena, aspetto sempre/il profumo di maggio/fatto di glicini e rose”, alla ricerca del vento giusto per issare le vele e di parole che siano autentiche, Una poesia che, a volte, sembra farsi preghiera come quando si rivolge a Dio “Non abbandonare sotto tanto cielo/nessun bambino/alle guerre/all’incuria/alla dura solitudine/Fa che siano come semi d’amore/che nutriti da te/abbiano la forza/di crescere e resistere  alle tempeste della vita”. Un Dio che si rivela nel quotidiano come in un volto ignoto che dona un sorriso inatteso. L’unica riposta al dolore, al male che “a volta ruba troppi spazi in noi” è, dunque, nell’accogliere l’altro “seminare sorrisi/farli spargere dal vento/E amare, amare, amare solamente”. Poichè solo l’amore riesce a lasciare “segni, tracciare solchi per chi verrà”. Nè la poetessa si stanca di spostare pietre e cercare l’orizzonte “perchè i germogli soffocati dal peso ritrovino spazio e slancio”. Ci dimostra attraverso i suoi versi che è possibile amare la vita ogni giorno “così com’è/con le sue buche/i chiodi/ e i suoi sassi”. anche quando quella stessa vita ti ha tolto tanto. La fatica costante del vivere è presente in ogni componimento, siamo sempre in attesa del dissolversi del buio ma la meraviglia è nel riuscire a scoprire “l’invisibile garbo dei fiori”. E basta andare al di là dell’apparenza, per comprendere la poesia che è racchiusa in ciascuno di noi, anche in chi agli altri appare solo un luogo polveroso. E’ così che la sua poesia si fa costantemente inno alla vita “Ma ora che più lenti/sono i miei passi/sento tutti i sapori/della vita/ne scorgo/sfumature e splendore/rifuggo da ogni bruttura/Attraverso archi di salici/ne accarezzo i rami/come per sfiorare il cielo/Do valore/agli artigiani del verde/Ancor più agli artigiani dell’anima”.

Poichè l’amore è come il pane da impastare, è come una pianta da coltivare, è come una casa da costruire e può indicare la via e l’anima continua a cercare spazi stabili e sicuri in un tempo obliquo e distratto e non si stanca, magari aspettando, dopo le tempeste, il tempo della bonaccia. Malgrado i venti freddi, l’autrice continua a stendere le braccia come rami “verso il cielo/nella speranza ancora/del tepore/di un mite raggio di sole”. Bellissimo l’omaggio alle donne con cui si chiude la raccolta  “E’ sempre una vita da acrobate/la loro/come un camminare/in equilibrio precario/su lunghi trampoli di legno/Per superare macerie e barriere/ e afferrare sogni”. E ancora una volta, eccola la luce “nelle ferite” che le donne non si stancano di cercare.

La raccolta sarà presentata il 18 febbraio, alle 17.30, alla sede Unuci di Via Ronca. A dialogare con Clarice Spadea la giornalista Floriana Guerriero. Modera Gianluca Amatucci. Letture a cura di Paolo De Vito.

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