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L’attuale momento politico preparatorio per il governo della città di Avellino, registra qualche concreto segnale di cambiamento – almeno comportamentale – dell’eletto sindaco Ciampi. Premetto che come disamorato, da tempo, dai modelli comportamentali degli amministratori – ai vari livelli istituzionali – sono costretto a verificare nei fatti la coerenza tra i “gesti esteriori” e la loro piena e concreta attuazione programmatica.

Nel quadro di questa doverosa premessa, assume, frattanto, particolare rilevanza la visita ai quartieri più abbandonati di Avellino da parte del nuovo sindaco per ascoltare dalla viva voce dei cittadini ivi residenti gli annosi problemi, mai risolti, che compromettono la dignitosa vita comunitaria quotidiana: la mancata manutenzione degli alloggi popolari, la diffusa presenza dei ratti, il verde mai curato, la vigilanza complessiva, da sempre insufficiente.

L’incontro del nuovo sindaco con gli abitanti delle zone periferiche è avvenuto, non casualmente, non nelle sedi attrezzate di qualche soggetto sociale, ma sulle strade per un confronto sulle cose possibili da programmare e realizzare. È anche significativo sottolineare l’inversione di tendenza nella prassi programmatica preparatoria al decollo del nuovo consiglio comunale: prima l’ascolto e il monitoraggio dei bisogni quotidiani dei cittadini e poi il confronto e la sintesi definitiva con le varie compagini presenti nel consiglio stesso, per il varo del programma definitivo da approvare e da sostenere nel corso della consiliatura.

Il tour nei quartieri di Vincenzo Ciampi mi ha costretto a fare un viaggio a ritroso nella mia memoria di laico cristiano, impegnato già nelle aule universitarie, a promuovere dal basso il progresso delle fasce sociali più deboli. E l’itinerario storico a ritroso della mia memoria mi ha condotto quando un personaggio straordinario, di grande levatura di accademico, studioso e di meridionalista, Manlio Rossi Doria, venne eletto senatore nel 1968 nelle file del PSI italiano. Chi scrive, benché democristiano, per cultura e derivazione familiare, lo accompagna nel giro della sua campagna elettorale. Ebbene, l’aspetto più significativo di quella campagna elettorale, fu la topografia dei luoghi d’incontro con gli elettori, prevalentemente contadini: le aie dove avveniva la sudata trebbiatura del grano e le fuligginose cucine delle famiglie contadine irpine, dove l’odore antico del fumo accompagnava il consumo dei frugali pasti della dieta mediterranea.

Non casualmente, nel corso dei fecondi rapporti più interpersonali che politici, con lui intrattenuti nei decenni successivi, il grande economista agrario – propugnatore della teoria delle zone “della polpa e quelle dell’osso” –mi confidava che la sua vasta produzione scientifica e politica prendeva radici dall’humus dei luoghi poveri della gente comune.

Questo postulato di pedagogia politica e culturale mi ha sempre accompagnato nel mio lungo, e non ancora concluso, itinerario di militanza sociale nelle ACLI. Lo sforzo di Vincenzo Ciampi, senza enfasi di accostamenti forzati, s’inserisce nel solco di questa avvertita esigenza, amministrativa e politica, di partire dal basso, dalla gente comune senza voce per promuovere un nuovo e motivato interesse per la politica, non importa se questa afferisce ai modelli partitici tradizionali o ai nuovi movimenti in fase di clamorosa ascesa: i fatti s’incaricheranno di motivare in positivo lo sforzo dei nuovi amministratori.

di Gerardo Salvatore edito dal Quotidiano del Sud

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