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Il sogno di Craxi e le monetine del Raphael

 

Primum vivere. A pronunciare queste parole è il 16 luglio 1976 Bettino Craxi che è appena stato eletto segretario del partito socialista in un albergo della periferia romana. Quarant’anni fa. Un’Italia diversa scossa dal terrorismo e politicamente fragile. Il paese oggi è ancora fragile e alle prese con una crisi economica lunga e con un eccesso di ostilità e acredine. Una tensione e un disagio sociale già forte nel ’76 ma che i partiti delle ideologie forti riuscivano a stemperare. In quell’Italia del dialogo avviato tra Moro e Berlinguer si inserisce a sorpresa “l’uomo nuovo.” Bettino Craxi raccoglie i cocci di un PSI in crisi, un partito che prima di tutto deve provare a non morire, a tenere la testa fuori dall’acqua e a divincolarsi dalla tenaglia del rapporto di governo con la DC e dall’abbraccio a sinistra con il PCI. Craxi parte avendo davanti una strada in salita. I governi del compromesso storico vedono i socialisti nella parte dei comprimari. I protagonisti sono democristiani e comunisti. Lui eletto dalle “vecchie volpi” socialiste come un segretario di transizione si rivela un leader vero. Un uomo intelligente e ambizioso ma soprattutto spregiudicato. Sa perfettamente che per salvare il suo PSI non deve avere paura del gigante comunista. Non ha nessuna soggezione politica o culturale nei confronti del PCI. Per cambiare pelle al suo partito non usa la parola rottamazione, come fa oggi Renzi, ma la mette in pratica. Promuove personalità giovani in tutti i posti di comando del PSI e non c’è più spazio per la generazione dei Nenni e dei De Martino. Appoggia a malincuore i governi di solidarietà nazionale e il rapimento Moro gli offre l’occasione per ritagliarsi un ruolo diverso. Craxi si schiera contro la linea della fermezza e contro il rifiuto di ogni trattativa con le BR sostenendo la soluzione umanitaria. Il tentativo fallisce ma il suo obiettivo è raggiunto. Un Psi finalmente autonomo dalle due “chiese” democristiana e comunista. Con Berlinguer lo divide tutto tranne il vizio del fumo. Entrambi hanno i polpastrelli giallastri. La distanza tra i due è politica ed è profonda. La sobrietà di Berlinguer e l’essere guascone di Craxi che impone un modo nuovo di guidare un partito. I congressi socialisti diventano pian piano simili alle convention americane. “Nani e ballerine” arrivò a definirli il ministro socialista Rino Formica per descrivere l’ambiente che si respirava intorno a Craxi che cambia la storia dei socialisti e guida il governo dall’83 all’87. La strada in salita è diventata la discesa verso Palazzo Chigi ed è stata percorsa in soli sette anni. Come ha scritto Miriam Mafai “Bettino Craxi ha capito tutto, in anticipo. Ma la sua dismisura lo porterà alla rovina. Ha capito che un partito moderno ha bisogno di una direzione monocratica, di un leader, in grado di muoversi sulla scena politica con assoluta libertà; ha capito che, più che il radicamento sociale, è importante il controllo del sistema dei media (di qui il suo legame con Berlusconi); ha capito infine che tra tutti i mezzi per l’azione politica, la priorità va assegnata alla risorsa finanziaria. Non si accorge però della valanga che si stava abbattendo sul suo partito. E quando Mario Chiesa viene arrestato, a Milano, con le tangenti ancora in tasca, pensò di poter liquidare la vicenda, definendo lo stesso Chiesa un mariuolo. Era il febbraio del 1992. E Craxi si illudeva ancora – singolare cecità – di poter definire i futuri assetti del paese, spartendosi con Andreotti il Quirinale e Palazzo Chigi. Poco dopo, doveva affrontare l’ umiliazione del lancio di monetine davanti al Raphael, e poi l’ incriminazione e la condanna”.
edito dal Quotidiano del Sud

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