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Il vescovo di Ariano Melillo: l’Avvento ci insegni a fermarci e a riscoprire il tempo dell’attesa

Un invito a riscoprire il valore “di fermarci, di aprire il cuore e accogliere la Sua venuta, che ci raggiunge nelle piccole cose, nei gesti semplici, nelle persone che incontriamo.”. E’ quello che lancia il vescovo di Ariano Sergio Melillo “Vivere l’Avvento è come percorrere un sentiero d’infanzia: un cammino in cui l’attesa ha il sapore della speranza, e anche una piccola luce riesce a scaldare il freddo dell’inverno dei cuori, tra povertà e guerre che incendiano il mondo. La Novena dell’Immacolata ci introduce a questo tempo: è il semplice «Eccomi» che spalanca per noi le porte della Salvezza. Riemergono ricordi che profumano di casa: il muschio raccolto nel bosco per il presepe, gli zampognari, le figure familiari che popolavano la grotta. Restituiteci il presepe che ci parla della vita con la sua prospettiva verde: le piccole case di cartone e i pastori, il laghetto con il ruscello, i colori dei mestieri, le danze e il silenzio di una scena affollata da mille volti che condividono un’unica emozione: lo stupore che non deve mai smarrirsi, malgrado il castello di carta ci ricordi gli agguati nella vita del crudele Erode. Intorno alla Grotta, tra le colonne spezzate del tempio, si costruisce un legame che, sulle rovine di un’epoca passata, genera un mondo nuovo. Tutto è sospeso tra un cielo punteggiato di stelle e una quinta teatrale fatta di balconi, case e viottoli striati, fangosi e baulati. Ma il cuore del racconto resta uno: «Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi» (Gv 1,14)”.

Melillo ricorda come “Il presepe non è solo tradizione: è parte integrante della nostra cultura e della nostra fede, un messaggio che attraversa i secoli e ci parla ancora oggi, mostrandoci che Dio entra nella nostra umana fragilità. Scrive Ungaretti: «Si sta come / d’autunno / sugli alberi / le foglie». Così anche noi, in questo tempo di Avvento, siamo sospesi tra attesa e speranza, in un silenzio che prepara il cuore alla Luce. Abbiamo bisogno dell’Avvento perché impariamo a gustare l’attesa, senza l’illusione del “tutto e subito”. È memoria della prima venuta del Signore e slancio verso la Sua venuta futura: Dio non entra nella storia una volta per tutte, ma vuole venire ad ognuno di noi, nelle nostre gioie, nelle nostre fatiche, nelle nostre domande. «Il Signore deve venire sempre di nuovo per ciascuno; ognuno di noi deve sperimentare l’attesa, ognuno l’arrivo, perché nasca per lui la salvezza» – ricordava Paolo VI. Papa Leone XIV ci invita a guardare i poveri, i migranti e le vittime di guerre e ingiustizie come segni concreti del volto di Cristo che bussa alle nostre porte: «La Chiesa, come una madre, cammina con coloro che camminano. Dove il mondo vede minacce, lei vede figli; dove si costruiscono muri, lei costruisce ponti…» (Dilexit Te, 75). L’Avvento ci ricorda che la salvezza non si costruisce da soli: le cose più importanti – amicizia, amore, vocazione – ci vengono incontro. Così anche il Salvatore: non nasce dai nostri desideri, ma dalla libertà di Dio, sorprendente e umile”. Non ha dubbi il vescovo “Tre gesti concreti ci aiutano ad accoglierlo: Cercare: dedicare tempo alla Parola, lasciando che parli al cuore.  Pregare: chiedere allo Spirito di illuminare ciò che leggiamo e viviamo.  Amare: entrare nel mistero di Cristo attraverso la cura e la prossimità verso i fratelli. Come scrive San Giovanni: «Chi non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede» (1 Gv 4,20). In questo cammino, ascoltiamo la voce di Giovanni Battista: «Preparate la via del Signore… ogni uomo vedrà la salvezza di Dio!» (Lc 3,4-6). Ogni gesto di attesa e di amore apre il cuore a Dio e agli altri”

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