Affondo di Unimpresa Irpinia Sannio sull’applicazione dell’Imu ai capannoni industriali e agli immobili artigianali destinati alla produzione: “E’ una stortura fiscale che colpisce chi lavora, investe, rischia e crea occupazione reale, soprattutto nelle aree interne”. Per l’associazione Unimpresa delle Aree Interne si tratta di un’imposta che, così come è costruita e applicata, finisce per tassare lo strumento del lavoro e non una rendita, trasformando in ‘patrimonio immobiliare’ ciò che nella vita concreta dell’impresa è un requisito indispensabile per produrre.

Il ragionamento è netto: “Un capannone non è una villa, non è un attico, non è un bene di lusso, non è un investimento immobiliare da mettere a reddito, ma un contenitore tecnico senza il quale non è possibile far funzionare macchinari, garantire sicurezza, rispettare norme, organizzare logistica e processi”. “Per questo – sostiene Unimpresa Irpinia Sannio – continuare a tassare questi immobili come se fossero proprietà di natura patrimoniale equivale a mettere una tassa su una sega elettrica, su un trapano, su una macchina da stampa o su un forno per fare il pane, perché l’edificio produttivo è, di fatto, parte integrante del ciclo di lavoro e non un bene da rendita”.
Ignazio Catauro, presidente di Unimpresa Irpinia Sannio, usa parole durissime e richiama direttamente le responsabilità istituzionali quando afferma che “tassare un capannone come una villa è un atto di arroganza istituzionale, è come mettere un bollo su una pressa o su una saldatrice, colpisce chi produce e chi dà lavoro. Il capannone è un bene produttivo e va trattato come tale, non come un oggetto di speculazione fiscale”.

L’associazione accompagna la denuncia con una prima quantificazione economica, costruita su un parametro operativo utilizzato nel dossier tecnico che verrà consegnato ai rappresentanti del Governo attraverso il Ministero del Made in Italy. Secondo tale parametro, l’Imu annua su un capannone medio di 500 metri quadrati è stimabile fino a 6.000 euro, valore che corrisponde a circa 12 euro al metro quadrato all’anno.
A partire da questo riferimento e da proiezioni prudenziali elaborate nel lavoro tecnico in corso, Unimpresa Irpinia Sannio stima che nelle due province di Avellino e Benevento il prelievo complessivo che grava sulle imprese per questa imposta, relativamente al comparto produttivo considerato nella simulazione, raggiunga dimensioni tali da incidere in modo significativo sul tessuto economico: “Per Avellino l’ordine di grandezza indicato è di circa 70 milioni di euro l’anno, mentre per Benevento la stima prudenziale colloca il carico intorno ai 48 milioni di euro annui”. Per l’associazione non sono semplici cifre da bilancio, ma risorse sottratte a investimenti, manutenzioni, innovazione, sicurezza sui luoghi di lavoro, aggiornamento tecnologico e, soprattutto, capacità di tenere in piedi livelli occupazionali stabili.
Il presidente Catauro sottolinea che “chiedere alle imprese di pagare una patrimoniale su ciò che serve a produrre significa tassare la possibilità stessa di restare aperti, soprattutto nei territori interni della Campania, dove ogni impresa è di fatto un vero e proprio presidio sociale”. Su questa base Unimpresa Irpinia Sannio annuncia l’avvio di una campagna di azione che non si limiterà alla protesta, ma punta a un obiettivo legislativo preciso. L’associazione ha già predisposto un testo di proposta normativa per il riconoscimento della natura di “Bene Strumentale Produttivo” dei capannoni e degli immobili industriali e artigianali destinati esclusivamente e continuativamente alla produzione, con l’introduzione dell’esenzione dall’Imu o, in alternativa, di un regime fiscale coerente con la funzione economica del bene.
“Nel testo predisposto – spiega l’associazione – sono previsti criteri oggettivi per evitare abusi, procedure chiare per il riconoscimento a livello comunale, controlli e decadenza in caso di utilizzi difformi, insieme a meccanismi pensati per non scaricare sugli enti locali il costo di una riforma necessaria”. Il punto, per Unimpresa Irpinia Sannio, è che “la correzione dell’iniquità deve essere strutturale e non cosmetica, perché il problema non è un dettaglio di aliquote ma una scelta di principio. Ovvero, distinguere una volta per tutte tra rendita immobiliare e strumenti del lavoro”. Ed è in questa cornice che il presidente Catauro annuncia una linea di iniziativa che punta direttamente alle istituzioni centrali, spiegando che “il dossier tecnico, con dati, metodologia e proposte operative, sarà consegnato ai rappresentanti del Governo tramite il Ministero del Made in Italy, perché non ci siano più alibi e perché la politica sia costretta a guardare negli occhi l’economia reale. Le interlocuzioni con i rappresentanti del Governo sono già avviate e l’associazione non intende arretrare fino a quando non sarà riconosciuta la dignità fiscale di chi tiene in vita imprese e lavoro nei nostri territori”.
Unimpresa Irpinia Sannio lega la propria iniziativa anche a una critica diretta al modo in cui, negli anni, la fiscalità locale e nazionale ha trattato il sistema produttivo, accusando le istituzioni di aver scelto troppo spesso la strada più facile, cioè fare cassa colpendo ciò che è tracciabile e immobile, senza distinguere tra chi detiene un immobile come patrimonio e chi lo utilizza come condizione tecnica per produrre. L’associazione sostiene che l’attuale impianto, che continua a includere i fabbricati produttivi nel perimetro dell’imposta municipale, genera un effetto distorsivo sulla competitività e accelera la desertificazione produttiva, soprattutto nel Mezzogiorno e nelle aree interne. Per questo la campagna annunciata non si fermerà al livello locale, perché sono previste iniziative pubbliche, raccolta firme per un percorso di iniziativa popolare, coinvolgimento delle Camere di Commercio e interlocuzioni con parlamentari e Governo per portare il tema in sede istituzionale con un testo già pronto e un impianto tecnico a supporto.
L’associazione chiede una presa di posizione chiara e immediata, perché, afferma, non è più sostenibile continuare a considerare ‘normale’ un’imposta che finisce per colpire la produzione in quanto tale, come se un capannone fosse un bene di consumo e non una componente essenziale del ciclo produttivo. E conclude con un messaggio che vuole mettere le istituzioni di fronte a una scelta: “Se si continua a tassare il luogo in cui lavorano torni, saldatrici, presse, forni e macchine, allora si sta scegliendo di tassare il lavoro, non i privilegi”.



