C’è una sorta di “metodica della conservazione” che impedisce l’evoluzione verso ciò che viene indicato come buona pratica amministrativa. Da qui parte la riflessione del consigliere comunale di Montoro e consigliere provinciale Antonello Cerrato, che parla al convegno “Le Buone Pratiche Amministrative”, promosso dall’associazione Insieme per Avellino e l’Irpinia con il patrocinio della Provincia di Avellino e il supporto del Corriere dell’Irpinia.
Cerrato, che interviene subito dopo i saluti del presidente dell’associazione Pasquale Luca Nacca, osserva come la buona amministrazione è un insieme di procedure e soluzioni anzitutto innovative finalizzate a migliorare efficienza, imparzialità e rapidità delle risposte ai cittadini. Sono molti i Comuni che non sono riusciti a raggiungere tali standard. A Montoro ad esempio permangono difficoltà strutturali e l’incapacità delle amministrazioni che si sono succedute di costruire una comunità coesa e proiettata allo sviluppo. Eppure il potenziale dell’area montorese, sottolinea, è elevato: la vicinanza a Salerno, all’università e ai principali assi infrastrutturali potrebbe favorire una crescita significativa, ma ciò non avviene perché mancano metodo, visione e competenze.
Cerrato poi parlare della sua esperienza in Provincia, evidenziando i limiti dell’attuale modello istituzionale: un ente “monocratico”, dipendente quasi esclusivamente dalla figura del presidente, che rende i consiglieri privi di funzioni gestionali. La soluzione è il ritorno all’elezione diretta e ad assessori provinciali dotati di poteri veri. Altrimenti la Provincia resta un ente debole e distante dai territori. Tornando alle amministrazioni comunali, l’unione dei Comuni non è un’eccezione, ma una necessità, soprattutto alla luce della scarsità di risorse nei piccoli centri. E ancora sulle competenze: troppo spesso amministratori privi di formazione adeguata si trovano a gestire questioni complesse.
Pasquale De Santis, sindaco di Contrada, riconosce che i sindaci si trovano spesso a operare con poche risorse, vincoli stringenti e responsabilità sproporzionate. In molti casi le amministrazioni locali sono costrette a fare i conti con tagli continui, al punto che anche la gestione di attività ordinarie diventa complicata. Nonostante questo, rivendica con orgoglio i risultati ottenuti a Contrada: un territorio tornato attrattivo, con un mercato edilizio in ripresa e cittadini che hanno ripreso ad abitare zone prima in abbandono. Un segnale, secondo il sindaco, che la buona amministrazione produce effetti concreti sul benessere della comunità.
A concludere Paolo Ricci, docente della Federico II, che ricorda che l’articolo 97 della Costituzione contiene i principi fondamentali della buona amministrazione: imparzialità, efficienza, trasparenza. Principi che non devono restare astratti, ma devono trovare applicazione concreta.
Sottolinea che uno dei problemi che ostacolano le buone pratiche sia oggi la mancata separazione tra politica e amministrazione, introdotta dalle riforme degli anni ’90, ma che non è mai stata pienamente compresa: in teoria la distinzione è chiara, in pratica persiste una sovrapposizione che genera confusione, rallenta i processi e rende meno efficace l’azione amministrativa.
Richiama anche il tema del rapporto tra legalità e risultato. Fino a pochi decenni fa, nella pubblica amministrazione italiana prevaleva una cultura formalistica: rispettare la norma era più importante che raggiungere l’obiettivo. Oggi si è cercato di riequilibrare questo rapporto, ma rimangono resistenze e una difficoltà nel conciliare legalità, economicità e efficienza.
Ricci osserva infine che la qualità della classe dirigente amministrativa non è sempre adeguata alle sfide attuali: la burocrazia tende talvolta a rifugiarsi nella tutela personale, piuttosto che nell’efficacia dell’azione. Questo limita la capacità di innovazione, soprattutto negli enti locali.
Sul tema dell’astensionismo, Ricci è netto: non è solo un problema politico, ma un sintomo di un indebolimento culturale della democrazia. Quando i cittadini percepiscono distanza, inefficacia e scarsa capacità di risposta, si allontanano. E i giovani, che vivono in un contesto fortemente mediato dalla tecnologia e da forme di partecipazione alternative, sono i primi a sentirsi estranei.
Ricci conclude richiamando l’importanza dell’associazionismo e dei corpi intermedi, strumenti fondamentali per riavvicinare i cittadini alla vita pubblica e ricostruire un senso di comunità attiva.




