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La battaglia sull’eccesso di consumo 

Già due secoli fa Karl Marx parlava di “feticismo delle merci” tipico delle società capitalistiche e sosteneva che il prodotto non può dominare l’uomo perché le merci stesse sono il frutto del lavoro umano. Riflessioni che hanno accompagnato le critiche al mondo globalizzato e oggi la battaglia è sull’eccesso di consumo. La Chiesa ricorda che la domenica è il giorno dedicato al Signore e al riposo. Non parla il Papa di negozi chiusi ma la politica sempre a caccia di nuove proposte va oltre.

E così i cinque stelle con Di Maio si battono contro l’apertura domenicale dei supermercati e nei giorni delle festività e ricordano che lavorare a Natale o all’Epifania per chi vuole stare con i propri familiari non è una forma di liberalismo ma solo lacrime e sangue. Insomma anche lo shopping compulsivo rientra nella campagna elettorale proprio nelle giornate, dove impazza ancora di più la frenesia, una sorta di pulsione all’acquisto. La sfida lanciata ai liberal è partita e la risposta non può che passare per il rispetto dell’economia di mercato che non è un rito fine a se stesso ma l’unica strada per produrre di più e dunque avere crescita, benessere e in definitiva lavoro.

Qualche tempo fa il segretario generale dell’Ocse Angel Gurria ha detto “continuiamo a chiederci se dobbiamo concentrare gli sforzi sulla produttività o sull’inclusione, la verità è che dovremmo fare entrambe le cose”. Risposta saggia e pilatesca insieme. In questi ultimi anni però le innovazioni e le campagne pubblicitarie hanno accompagnato l’evoluzione non solo del nostro paese ma su scala mondiale e condizionano mode e modi. Instagram, Facebook, Twitter sono diventati sempre più invasivi e trascinano tutti noi in un universo sconosciuto nei secoli precedenti. Il passaggio dalla miseria al benessere è avvenuto in modo sostanziale nei decenni del dopoguerra ed è cresciuto a dismisura. Uno storico inglese Frank Trentmann in un suo recente libro “L’impero delle cose” ha messo in evidenza che nel ‘500 un artigiano possedeva in media un letto, un tavolo, lenzuola e biancheria e quando moriva, se ci riusciva, lasciava in eredità solo alcuni cucchiai d’argento. Oggi in media una famiglia europea ha in casa circa diecimila oggetti. I consumi inoltre toccano anche la sfera di un cambiamento del lavoro.

E’ di pochi giorni fa lo sciopero degli addetti di Amazon. I lavoratori non chiedono solo uno stipendio più alto del minimo contrattuale che applica il colosso della logistica ma anche condizioni di lavoro migliori. Ogni giorno, per movimentare i pacchi i lavoratori percorrono tra i 17 e i 20 chilometri. L’agitazione aveva avuto una adesione del 50% circa tra i lavoratori a tempo indeterminato ma pari allo zero tra i precari, che sono nel complesso la metà della forza lavoro impiegata nel centro in provincia di Piacenza. Ancora peggio all’Ikea dove una madre separata con due figli, di cui uno disabile, è stata licenziata perché non può entrare a lavorare alle 7 del mattino. I lavoratori hanno organizzato assemblee e scioperi per protestare contro la decisione del colosso svedese dell’arredamento. Situazioni diverse ma che toccano un modo nuovo di fare produzione e lavoro. Un altro consumo che è destinato a crescere soprattutto quello del commercio online che ci consente di fare la spesa, ad esempio, stanno comodamente seduti davanti al computer di casa senza prendere la macchina e senza sentire il bisogno di interloquire con un commesso o con un negoziante. Ci vuole l’ironia dell’attore americano Will Rogers per ricordare che “nei Paesi ricchi il consumo consiste  in persone che spendono soldi che non hanno, per comprare beni che non vogliono, per impressionare persone che non amano”.

sud di Andrea Covotta edito dal Quotidiano del Sud

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