Di Antonio Emanuele Piedimonte
«Quando nella tua casa i corvi neri partoriranno bianche colombe, allora sarai chiamato sapiente», è inciso sulla “Porta magica”, manufatto ermetico secentesco ancora visibile nel centro di Roma. Molto prima di assurgere a simbolo della Pasqua, infatti, il bianco uccello che nella remota antichità era associato alla Grande Madre, rappresentava quell’albedo che nell’alchimia cristiana rimanda all’alfa e l’omega della parabola terrena di Gesù: il battesimo nel fiume Giordano e la resurrezione. In ebraico “colomba” è Yonah, il nome del misterioso profeta che torna alla luce del Sole dopo i tre giorni trascorsi dentro le profondità marine nel ventre-prigione di un “grande pesce”.
Sono le colombe, lo dice Virgilio, a permettere ad Enea (grazie alla Sibilla cumana) di trovare il “ramo d’oro” indispensabile per discendere nell’Ade e tornare indietro; ad una colomba è affidato l’annuncio della fine del diluvio, la pace con dio, il tempo della rinascita dell’umanità.
Il volatile sacro, l’uovo, i ceri, il ramoscello di ulivo, la campana, la spiga, il capretto: tutti i simboli della principale solennità del mondo cristiano si offrono a una molteplicità di significati. Ed è nomale che sia così: «Il simbolo è collazione di forme visibili allo scopo di mostrare cose invisibili», spiegava nel Medioevo il teologo e filosofo Ugo di San Vittore. Del resto, l’ermeneutica delle Sacre scritture rimane questione delicata, e già il maestro Dante spiegò (nel “Convivio”) che oltre il senso letterale, quello allegorico e quello morale, occorreva badare al «quarto senso, che si chiama anagogico» (la cui l’interpretazione rimarrà oscura persino a René Guénon, autore del noto “L’esoterismo di Dante”), quindi a precisare che «nelle secretissime cose dobbiamo avere poca compagnia».
Le difficoltà, dunque, non mancano, tuttavia solo l’enigmatico lessico dei simboli (ambiguo e incompleto “dizionario” dell’archetipo) può fungere da filo di Arianna per ripercorre la storia delle origini della Pasqua, il mistero dei suoi segni sacri, riconoscere le tracce dei molteplici richiami esoterici.
L’ANGELO DELLA MORTE
L’etimo, è cosa nota, viene dall’ebraismo: il Pesah (“andare oltre”, che Origene tradurrà come “passaggio”) e deriva dal racconto della decima piaga d’Egitto, ovvero la terrificante missione decisa da Jahvè (Dio): uccidere nel sonno tutti i primogeniti maschi degli egiziani. Per evitare che l’Angelo della Morte possa entrare anche nelle case degli ebrei, su indicazione divina le porte sono segnate con un mazzetto d’issopo intriso di sangue d’agnello, in tal modo lo sterminatore “passò oltre”, in ebraico pasah (Esodo 12: 21-24). Qualunque cosa significhino il massacro degli innocenti e il ruolo del sangue, dell’animale e della pianta, di certo tutto avvenne in primavera: «Questo mese sarà per voi l’inizio dei mesi, sarà per voi il primo mese dell’anno», spiega il Signore (“nisan” segna l’inizio dell’anno religioso). Così come nelle notti di Luna piena che precedevano la partenza per i pascoli estivi, per proteggersi dai demoni i pastori immolavano i primi nati del gregge, poi praticavano un pasto rituale e infine si abbandonavano a una danza cultuale che mimava proprio il “saltar oltre”. L’altro rito fondamentale, anch’esso legato all’esodo, è un obbligo religioso: cibarsi di pane azzimo, come avvenne durante il viaggio nel deserto e con riferimento a una tradizione arcaica cananita, una “processione” propiziatoria e apotropaica. Fin qui la “cronaca”, la descrizione degli avvenimenti, dunque un ambito perlopiù letterale (exoterico), ma già Filone di Alessandria faceva notare che oltre il ringraziamento a Dio, quegli eventi (compreso il “passaggio” sul Mar Rosso) avevano un significato allegorico, erano percorsi di «purificazione dell’anima».
Inizialmente la Pasqua cristiana era celebrata ogni domenica, tutto cambiò con il Concilio di Nicea (anno 325), quando, tra le altre cose, fu fissata la data della domenica di Resurrezione: la prima domenica successiva alla Luna piena che cade subito dopo l’equinozio di primavera, ovvero il momento dell’anno che vede il Sole passare dallo zodiaco meridionale a quello settentrionale (il trionfo della luce sulle tenebre), ma anche i giorni della pienezza lunare, amplificazione dell’energia naturale dei cicli cosmici della rinascita e della fertilità (sia interiore sia esteriore), reminiscenze di archetipi già noti ai popoli mesopotamici.

«ED ECCO CHE VI FU UN GRAN TERREMOTO»
Al di là dell’inquadramento calendariale, il cristianesimo acquisisce le coordinate teologiche della tradizione ebraica innestandole con la sua narrazione messianica: il sacrificio, la morte e, soprattutto, la resurrezione del “salvatore” Gesù. Già l’ebreo Saulo di Tarso (il futuro san Paolo, “l’ideologo” del cristianesimo) chiarì: «…se Cristo non fu risuscitato, è vana la nostra predicazione, è vana la vostra fede» (Corinzi 15:13-14). Concetto ripreso in tempi a noi vicini da Hans Urs von Balthasar: senza il ritorno di Cristo dal regno dei morti «non si darebbe né la Chiesa né la fede».
Metafora principe dell’iniziazione, il racconto del viaggio nell’aldilà – la catabasi, “discesa” in greco – ha avuto diversi protagonisti, a cominciare da Orfeo. Ma appare di un certo interesse a anche quello che accade a Gesù subito prima. Scrive il Vangelo di Matteo: «Ed ecco che vi fu un gran terremoto: un angelo del Signore, sceso dal cielo, si accostò, rotolò la pietra e si pose a sedere su di essa». «Maria (…) vide due angeli in bianche vesti, seduti l’uno dalla parte del capo e l’altro dei piedi, dove era stato posto il corpo di Gesù», (Giovanni 20:11,12); «Entrando nel sepolcro, videro un giovane, seduto sulla destra, vestito d’una veste bianca, ed ebbero paura», (Marco, 16:5).
Tenuto conto della “tara” delle imprecisioni dovute ai margini di infedeltà nelle trasposizioni e nelle traduzioni (Mauro Biglino docet), i testi appaiono dettagliati ed espliciti: qualcuno di ben visibile era venuto a occuparsi del cadavere del figlio di Dio, addirittura spostando una pesante pietra. Ma la ruvida “matericità” di eventi sovrannaturali non deve stupire, gli episodi per così dire bizzarri relativi agli angeli della Bibbia non sono rari, basti pensare a quei passi dai cui emerge quanto fossero poco angelici: incutevano timore in chi li incontrava, facevano uso di armi di sterminio di massa, e avevano persino bisogno di mangiare o di lavarsi i piedi (a casa di Abramo).

«ERO MORTO MA ORA SONO VIVO»
Come è normale che sia, i margini del linguaggio simbolico, specie quello esoterico, sono di difficile percezione e complessa interpretazione, ma spesso lo sono anche negli ambiti del sacro e del mistico. «Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha vita eterna», si legge nel Vangelo di Giovanni (6: 54-56); parole da avvicinare a quelle dell’Apocalisse: «Ero morto, ma ecco sono vivo (…), e tengo le chiavi della morte e dell’Ades» (1,18). Le chiavi sono quelle delle porte del cosiddetto «soggiorno dei morti», Sheol in ebraico o Hades in greco, dove si era recato con una missione precisa: liberare i patriarchi, i profeti e altri personaggi dell’Antico Testamento, compresi Adamo, suo figlio Set, Mosè, Davide e Isaia. Il racconto della “discesa” (che per credenti è un articolo di fede) è presente anche nel Nuovo Testamento, passaggi che uno dei maggiori teologi del Novecento, papa Ratzinger, definì «di così difficile interpretazione da poter essere facilmente volti nelle direzioni più diverse» (Catechismo della Chiesa cattolica).
Il fascino dell’esegesi è un richiamo forte ma per restare in traiettoria dobbiamo ampliare l’orizzonte spazio-temporale e guardare nella direzione delle narrazioni sacre di gran lunga antecedenti all’era cristiana. Il racconto, infatti, è diffuso e comune, così come la descrizione di eventi analoghi: il sacrificio di un dio-uomo (o di un uomo divinizzato), la sua terribile morte (crocefisso o persino fatto a pezzi, come Osiride) seguita da una rinascita-resurrezione (nell’Ottocento Kersey Graves pubblicò lo studio “I sedici salvatori crocifissi”). Mitologema che ritroviamo in storie che appaiono ancor più straordinarie per i loro intrecci con arcani scenari astrologici e cosmogonici e il loro riflettersi e confluire nei grandi e piccoli cicli del tempo e della natura, motivo per cui sono stati quasi sempre collocati nello stesso periodo dell’anno, a ridosso dell’equinozio di primavera.

«FANCIULLE, STRAPPATE LE VOSTRE TUNICHE»
Il più antico è il dio sumero Dumuzi (l’accadico Tammuz), il cui simbolo era il Tau e il cui nome (in una delle versioni del mito) è “il Pescatore”, il quale, dopo la sua tragica morte, verrà celebrato con un funerale di 6 giorni e un mese di lutto ogni anno. Scrive Alfredo Cattabiani: «Tammuz diventò in tutto il Medio Oriente il dio della morte e della resurrezione: lo ricorda anche il profeta Ezechiele, scandalizzato perché persino le donne di Gerusalemme si lamentavano per la sua morte all’ingresso del tempio che guardava a settentrione».
Dumuzi-Tammuz – che rinasce perché la dea Inanna (Ishtar) scende negli Inferi per lui (ma per la legge “di conservazione delle anime” qualcun altro dovrà prendere il suo posto) – è una figura che torna nel corso del tempo sotto varie forme. È l’egizio Osiride (ucciso e smembrato, ma “resuscitato” da Iside), è il Baal della letteratura ugaritica, è l’etrusco Atunnis, è l’anatolico Sandan e molti altri. Ma soprattutto è il greco Adone (che nelle lingue semitiche significa “il Signore”), il cui mito è stato declinato nella letteratura e nell’arte per migliaia di anni. «Ecco che spira, o Citerea, il tenero Adonis! Che cosa faremo?/ Battetevi il petto, fanciulle, e strappate le vostre tuniche!», scrive Saffo di Lesbo. Anche quella di Adone, infatti, è una storia di passione, morte, rinascita e ritorno nel mondo celeste.

I “BATTENTI” DEL DIO ATTIS
Il 15 marzo avevano inizio i Tristia, i riti che commemoravano la passione la morte del greco Attis, i cui sacerdoti (dopo un periodo di penitenza e digiuno) lo evocavano avvolgendo un tronco in una sorta di sudario e portandolo in corteo sino al tempio della Madre degli Dei, Agdistis o Cibele. Poi, durante il “giorno del sangue” (il Sanguem) si abbandonavano in frenetiche danze e si flagellavano lacerandosi il corpo con fruste nodose (come avviene oggi nelle processioni della Settimana santa, si pensi ai “battenti” di Guardia Sanframondi); il terzo giorno, infine, si metteva in scena la resurrezione del giovane dio mostrando alle folle la tomba vuota. Processioni – ricordate anche da Karoly Kerényi (nell’imprescindibile “Miti e misteri”) – che con ogni probabilità avevano luogo anche sulla montagna di Montevergine, in terra irpina, dove c’era un tempio di Cibele ricordato anche da Virgilio, su cui sorgerà il primo nucleo dell’attuale santuario cristiano.
MITHRA IL “SALVATORE” DEGLI UOMINI
La divinità la cui storia mitica mostra a tutt’oggi i maggiori punti di contatto con quella di Gesù è la divinità solare persiana (poi ellenizzata e romanizzata) Mithra, il giovane e biondo “salvatore” del mondo il cui culto iniziatico si basava su complessi rituali con riferimenti misterici all’astrologia e alla simbologia sacra. Di origine indio-persiana, era nato in una grotta il 25 dicembre. E, come scrive Charles Dupuis, «…quando i tempi saranno compiuti, ridiscenderà dal cielo sulla terra, resusciterà tutti gli uomini e verserà ai buoni una bevanda meravigliosa, che attribuirà loro l’immortalità, mentre i malvagi verranno annientati dal fuoco…» (“L’origine di tutti i culti”).
Alcune delle tante analogie sono testimoniate dall’archeologia. Il pasto comunitario rituale, ad esempio, è visibile su un rilievo trovato a Konjic (Bosnia), che mostra due colonne che racchiudono la scena (in una caverna). Un’agape è raffigurata anche su bassorilievo trovato a Ladenburg (Germania), nel quale si riconoscono anche una pagnotta incisa e dell’uva, simbolismo eucaristico rimarcato da Giustino di Nablus e condannato Tertulliano, due padri della Chiesa. Tra le eredità mitraiche, però, il cristianesimo smarrì subito le più esoteriche. Il culto orientale, tra l’altro, si caratterizzava per i sette gradi di iniziazione e un apparato simbolico fatto di divinità planetarie, oggetti sacri, figure del regno animale (compresa la colomba, nel secondo grado).
Come ricorderà Porfirio, inoltre, nei mitrei era predicata la dottrina della metempsicosi. Il “passaggio” delle anime (teoria già platonica) – spesso visualizzato con una “scala” a 7 pioli e una “porta”, come si vede in uno dei mitrei di Ostia (“Scala delle sette porte”) – è evocato in un singolare rilievo (“Eros e Psiche”) nel mitreo dell’antica Capua che rimanda al sesto grado; nello stesso tempio dove è richiamato anche il “rito della spada”. Segni e simboli che hanno attraversato i millenni e sono oggi presenti nelle logge e nei rituali della più grande comunione iniziatica del mondo, la massoneria, non a caso definita “arca vivente dei simboli”.
UOVO ALCHEMICO
Gli Dei ci vogliono insegnare attraverso il simbolo», scrive nel IV secolo il filosofo (e imperatore) Flavio Claudio Giuliano. Oltre la colomba, un altro dei simboli esoterici della Pasqua va rammentato: l’uovo. Sommo richiamo alla “trasformazione” materiale e spirituale, allegoria della vita che rinasce, il simbolo dell’uovo è presente sin dagli albori della civiltà, in Mesopotamia come in Egitto, dove si usava far dono di uova colorate e dipinte, proprio come fanno ancora oggi i cristiani ortodossi per la loro Pasqua. Ma nella moderna trasposizione profana in prodotto dolciario si è conservato un altro riverbero simbolico: la “sorpresa” nascosta all’interno, un rimando allo svelamento del “segreto” che richiede la rottura della forma esterna, il fuorviante guscio che sempre ricopre ciò che deve essere rivelato. Proprio come in un mito orfico assai simile alla storia dell’indiano Brahma (chiamato anche Vedanatha (dio dei Veda) o Gyaneshwar (dio della sapienza), che dopo aver trascorso molto tempo in un grande uovo d’oro galleggiante, lo spacca in due parti per dar vita alla Terra.
Dalla nascita del mondo (l’“uovo cosmico”) alla resurrezione degli uomini: i primi cristiani mettevano uova di marmo sulle tombe dei martiri, nel Medioevo si collocavano uova di struzzo nelle cattedrali: impossibile non ricordare la leggenda medievale che vede Virgilio (mago) collocarne uno nel maniero chiamato Castel dell’Ovo.
Chiave fondamentale dei processi della trasmutazione alchemica, l’“Uovo Filosofale» è parte del passaggio dalla materia grezza all’oro filosofale (la “Grande Opera”), e indica anche il recipiente di cottura, da cui si leva l’anima (in forma di aquila o fenice), la grande festa della rinascita.
CRISTO-LAPIS
Come ricorda la straordinaria quanto misconosciuta esperienza della Scuola alchemica francescana, l’alchimia è stata a lungo parte del percorso cristiano. Del cosiddetto “lapis alchemico” (o “Pietra dei filosofi”), cioè la misteriosa essenza-sostanza catalizzatrice che può di trasmutare i “metalli vili” in “oro”, si occuperanno persino Alberto Magno, Tommaso d’Aquino, Raimondo Lullo e Ruggero Bacone (anche lui francescano). Nota anche come “Quintessenza”, la Pietra è pure un elisir di lunga vita o persino di immortalità (la “ricetta” più antica è stata trovata su una tavoletta sumera di cinquemila anni fa).
Simbolismi universali, misteri ed archetipi di un mondo numinoso, l’Ars alchemica (arte dell’imponderabile, dirà Elemire Zolla) diverrà uno dei pilastri del sapere ermetico che ancora oggi guida il cammino degli iniziati.
Nel XVI secolo, sulla base della pubblicazione del “Rosarium philosophorum” e del “Libro della Santa Trinità”, si diffonde il topoi del cosiddetto Cristo-Lapis, metafora attribuita all’alchimista medievale Gratheus. Diverse le possibili letture: equiparazione tra la funzione redentrice del Salvatore e quella del “Lapis” che libera dalle incrostazioni materiche lo spirito vitale; parallelismo tra le sofferenze della passione e le “vicissitudini” patite dal Mercurio e lo Zolfo nel corso del magistero (il cosiddetto “martirio dei metalli”). E ancora: la doppia natura di Gesù (umana e divina) riproduce la duplicità del Mercurio (la “Luna philosophorum” rappresentata proprio dalla colomba cristiana), cioè la perfetta sintesi tra “purezza” (i metalli nobili) e “imperfezione” (i metalli vili). In estrema sintesi, il Cristo-Lapis è la scintilla divina che innesca il processo alchemico e iniziatico, primo cammino di resurrezione pasquale.


