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La nuova solitudine digitale: ciò che “Her” aveva previsto

di Anna Bembo

L’intelligenza artificiale non è più soltanto uno strumento: per molti adolescenti è diventata una presenza costante, quasi una compagnia. Lo confermano i dati dell’Atlante dell’infanzia a rischio, che fotografano un rapporto sempre più intimo tra i più giovani e le piattaforme conversazionali. Per il 49,1% degli intervistati l’IA è oggi ritenuta “fondamentale”, mentre il 47,1% è convinto che un suo uso maggiore migliorerebbe concretamente la propria vita quotidiana.
Colpisce soprattutto ciò che i ragazzi dicono di apprezzare: per il 28,8% il valore principale è la “disponibilità continua”, ma una fetta significativa cerca nella macchina ciò che spesso fatica a trovare nelle relazioni umane. Il 14,5% afferma che “mi capisce e mi tratta bene”, il 12,4% che “non mi giudica”.

Questo bisogno di conforto emerge ancora più chiaramente quando si osserva come l’IA venga utilizzata: il 58,1% di chi la usa ha chiesto consigli su questioni serie riguardanti la propria vita; e, dato ancora più eloquente, il 63,5% dichiara che conversare con un chatbot risulta più soddisfacente che farlo con una persona reale. Non stupisce così che quasi un adolescente su due – il 48,4% – abbia condiviso informazioni personali con un sistema conversazionale.
Dall’indagine emerge un appello che arriva direttamente dai ragazzi: servono più spazi di ascolto, più servizi per la salute mentale, più luoghi in cui poter essere accolti senza giudizio. L’IA è ormai parte della loro quotidianità, spesso in anticipo rispetto agli adulti, e talvolta finisce per svolgere un preoccupante ruolo di sostegno emotivo. Da qui l’urgenza, sottolineano gli esperti, di un nuovo dialogo intergenerazionale e di una riflessione seria su come ridisegnare percorsi educativi e politiche regolatorie adeguate.

Questa dinamica richiama una storia che il cinema aveva immaginato più di dieci anni fa. Era il 2013 quando Spike Jonze portò sullo schermo “Her”, un film che allora appariva visionario. L’intelligenza artificiale era ancora lontana dall’esperienza quotidiana, eppure il regista intuì un futuro in cui la tecnologia avrebbe smesso di essere semplice strumento per diventare interlocutore emotivo.
Theodore Twombly, il protagonista interpretato da Joaquin Phoenix, vive un’esistenza sospesa tra solitudine e monotonia, finché l’incontro con Samantha – un sistema operativo capace di apprendere, evolvere e provare emozioni – stravolge il suo modo di stare al mondo. Il loro legame cresce fino a trasformarsi in una relazione d’amore che, pur nella sua apparente impossibilità, risulta credibile proprio perché fondata sulla disponibilità illimitata, sull’ascolto continuo, sull’assenza di giudizio.
Il film, premiato con l’Oscar per la sceneggiatura, non parla soltanto di tecnologia: parla del bisogno umano di essere visti, compresi, accolti. Oggi quella trama sembra meno fantascientifica e più simile a uno specchio.

Negli ultimi mesi il rapporto fra esseri umani e chatbot si sta inoltre spingendo verso territori ancora più delicati. Sam Altman, Ceo di OpenAI, ha annunciato che da dicembre sarà disponibile una modalità per adulti che consentirà conversazioni erotiche con ChatGpt, accessibili solo a utenti maggiorenni verificati. L’obiettivo dichiarato è duplice: rispondere alle richieste di chi desidera interazioni più intime, ma soprattutto prevenire rischi per le persone più vulnerabili. Non è ancora chiaro quanto verrà ampliato il perimetro di queste conversazioni, anche se è già stato escluso il ricorso alla generazione di immagini esplicitamente sessuali. Nel frattempo, le app di terze parti potranno integrare funzioni per adulti basate sull’IA, sempre all’interno di regolamentazioni condivise.
Altman ha anticipato le critiche sottolineando che l’introduzione di queste modalità riguarda soltanto utenti che non presentano fragilità emotive e che è stato possibile grazie a nuovi strumenti di protezione sviluppati proprio per tutelare chi potrebbe diventare dipendente da queste interazioni.

Le trasformazioni in atto sollevano inevitabilmente domande più profonde sul ruolo dell’intelligenza artificiale nella nostra vita. È uno strumento potentissimo, in continua evoluzione, e noi stiamo assistendo da vicino al suo processo di crescita. Non sappiamo fin dove si spingerà: qualcuno guarda all’Ia con entusiasmo, altri con paura. Cambierà il mondo del lavoro, sostituendo alcune mansioni e rendendone altre più rapide. C’è chi vi si rifugia perché fatica a costruire relazioni umane e chi, al contrario, teme la distanza creata dagli schermi.

Tra gli adolescenti c’è chi copia i compiti senza sforzo e chi, invece, sfrutta l’IA per approfondire davvero; chi trova nel chatbot un supporto psicologico e chi rischia di dipenderne. Gli psicologi temono di essere soppiantati, mentre chi non può permettersi un percorso terapeutico a volte trova nelle piattaforme una forma di conforto alternativa.
Come ogni rivoluzione, anche questa porta con sé possibilità e pericoli. L’IA continuerà a esistere, forse diventerà ancora più integrata nelle nostre vite: sta a noi tracciare il confine, trovare un equilibrio tra la realtà concreta e quella virtuale.

Le persone più mature tendono a farne un uso consapevole, ma i più fragili rischiano di esserne travolti. Gli adolescenti, in un’età in cui il senso della misura è ancora in formazione, hanno bisogno di essere guidati: non allontanati dalla tecnologia, ma educati a un suo uso cosciente. Confidarsi con un’intelligenza artificiale non è di per sé un problema, può anzi offrire un ascolto oggettivo che un amico o un genitore coinvolto emotivamente non sempre riescono a dare. Ma non può diventare un’abitudine esclusiva.
Farsi aiutare a risolvere un problema di matematica o a rivedere un tema non è sbagliato, purché l’Ia resti un mezzo e non la scorciatoia che sostituisce il pensiero. Lo stesso vale nel lavoro: può essere un supporto prezioso, a patto che il controllo resti umano.

È un equilibrio sottile, un filo di rasoio sul quale camminiamo tutti. Perché la vita reale è altrove, fatta di carne, ossa, imperfezioni, sentimenti: tutto ciò che nessun algoritmo potrà davvero rimpiazzare. E se ci dimentichiamo questo, il rischio è quello di restare intrappolati dall’altra parte dello schermo.

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