Ross Bianco
Nella cornice autorevole dell’Archivio di Stato di Avellino si è svolto, giovedì 19 febbraio, un appuntamento che ha saputo coniugare cultura, introspezione e partecipazione civile. La rassegna “I giovedì della lettura” ha accolto la presentazione di “È normale che…”, opera di Rino Cillo, offrendo al pubblico non soltanto un libro, ma un’esperienza narrativa capace di risvegliare una riflessione collettiva sulla quotidianità.
L’incontro, introdotto dal direttore Lorenzo Terzi, ha visto un dialogo vivace e penetrante con la giornalista Rosa Bianco e la docente Rossella Napoli. A impreziosire ulteriormente l’evento, gli intermezzi musicali dei Maestri Mayumi Ueda e Carmine Marrone hanno creato un equilibrio armonico tra parola e suono, tra riflessione e suggestione.
Ciò che ha reso particolarmente significativo questo appuntamento è stata la natura stessa dell’opera presentata. “È normale che…” ha dichiaratamente rifiutato le strutture canoniche del romanzo per abbracciare una forma libera, frammentaria, autentica. Rino Cillo ha raccolto pensieri, ricordi, impressioni, senza vincoli cronologici, restituendo al lettore una narrazione che si è fatta specchio dell’esperienza umana nella sua dimensione più spontanea.
E proprio in questa apparente semplicità si è rivelata la forza del libro. L’autore, che ha rivendicato una scrittura “non professionale”, ha invece dimostrato come la linearità del linguaggio possa diventare veicolo di profondità emotiva. Il pubblico presente si è riconosciuto nei racconti, ha sorriso e si è commosso, confermando che la letteratura più incisiva non sempre nasce dall’artificio, ma dalla verità.
In un tempo in cui la complessità spesso si traduce in distanza, l’evento dell’Archivio di Stato di Avellino ha riaffermato il valore della narrazione accessibile, capace di costruire ponti tra autore e lettore. Non si è trattato soltanto della presentazione di un libro, ma di un momento di condivisione culturale che ha restituito centralità alla parola come strumento di connessione.
Così, tra le mura di un luogo custode della memoria storica, si è celebrata una forma diversa di memoria: quella personale, intima, fatta di frammenti di vita. E forse è proprio qui che risiede il senso più profondo dell’iniziativa: ricordarci che, in fondo, è “normale” riconoscersi nelle storie degli altri.





