Di Michele Vespasiano
Nemmeno la pioggia fitta e insistente è riuscita a fermare il sit-in di solidarietà per i monaci di Montella. Nel pomeriggio di sabato, il chiostro del complesso monastico prima e la Chiesa poi si sono riempiti di volti, di associazioni e cittadini uniti da un unico messaggio: la dignità del territorio non può essere calpestata; ottocento anni di solidarietà non si cancellano con un tratto di penna, l’integrità del complesso non si tocca.
Nel braccio di ferro tra l’amministrazione comunale e la comunità religiosa, non hanno esitato a fare capire con chi schierarsi riguardo il futuro di una parte del convento, che il Comune di Montella vorrebbe trasformare in ospedale di comunità.
Ma a quale prezzo? “La storia non si sgombera”, sostiene Francesco Celli, presidente di Info Irpinia e promotore dell’iniziativa, ribadendo che la sanità non può nascere dalla mortificazione della cultura.
Fra Marcus, custode del convento, nei giorni scorsi ha impedito l’accesso ai mezzi della ditta, difendendo l’originale funzione di accoglienza dell’edificio in questione, la cui proprietà è attualmente al vaglio del Prefetto di Avellino e delle autorità giudiziarie.
“L’Irpinia ha dimostrato che non accetta decisioni calate dall’alto che non rispettino le radici del luogo – dicono i rappresentanti delle associazioni convenute – e la sanità è un diritto che non può essere barattato con la cancellazione della memoria storica del nostro territorio”.
Introducendo la celebrazione eucaristica, fra Roberto da Anastasia ha poi affermato:
“Non siamo contro nessuno, né contro il Sindaco né contro l’ospedale. Siamo, invece, contro le modalità con le quali si sta operando. Questo ospedale si deve fare per forza qua? Si dia con onestà una risposta a questa domanda”.
Da giornalista, poi, ha richiamato alla deontologia: “Hanno isolato poche parole del pensiero di padre Silvio Stolfi, pensando di portare acqua al loro mulino; pensiero che io conosco bene per aver vissuto con lui fino all’ultimo”.
Con tono scherzoso, frutto di una verve tutta napoletana, ha poi chiuso: “Chi vo’ male ai monaci, Dio se la paga. Non è una maledizione ma un monito”.
L’applauso non è mancato.




