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Alla Stravinsky a Manocalzati, musica e fiaba in dialogo: successo per “Donne e Quadri da… Favola” tra pianoforti e visioni d’autore

Rosa Bianco

L’arte che si fa racconto, la musica che si fa visione, la fiaba che si fa memoria collettiva: tutto questo ha preso forma domenica 1° marzo 2026, nella Sala delle Arti di Manocalzati, dove l’Associazione Musicale Igor Stravinsky ha presentato, nell’ambito della rassegna “Innamorati della Musica 2026”, l’evento “Donne e Quadri da… FAVOLA”.

È stato un appuntamento in cui linguaggi diversi si sono incontrati in un equilibrio raro e consapevole. Il duo pianistico formato da Maria Pia e Francesca Carola ha attraversato alcune delle più suggestive pagine del repertorio ispirato al mondo fantastico: dalla brillante Ouverture de La Gazza ladra di Gioachino Rossini alle atmosfere incantate de Lo Schiaccianoci di Pëtr Il’ič Čajkovskij, dalle evocazioni sospese della Danza macabra di Camille Saint-Saëns fino alla potenza immaginifica de L’apprendista stregone di Paul Dukas.

Accanto al percorso musicale, la proiezione su maxischermo delle opere di Gennaro Vallifuoco ha dato profondità e spessore concettuale all’intera serata, trasformando il concerto in un’esperienza sinestetica. Le illustrazioni realizzate per Fiabe Campane e per Lo Cunto de li cunti, pubblicati da Giulio Einaudi Editore, non sono apparse come semplici immagini a corredo di testi letterari, ma come opere autonome, dense di stratificazioni simboliche e di tensione teatrale.

Il loro valore pittorico risiede innanzitutto nella costruzione scenica: Vallifuoco concepisce lo spazio come palcoscenico, luogo di apparizione e rivelazione. Le figure non sono mai isolate, ma inserite in architetture simboliche che rimandano alla tradizione mediterranea, alla ritualità popolare, alla memoria collettiva. La composizione è calibrata con rigore quasi drammaturgico; la disposizione dei corpi, degli oggetti, dei fondali costruisce una narrazione visiva che procede per allusioni più che per descrizioni.

Sul piano iconografico, queste illustrazioni restituiscono alla fiaba la sua dimensione archetipica. I personaggi non sono ritratti in chiave naturalistica, ma assumono una qualità sospesa tra realtà e mito. Il colore, intenso e materico, non svolge funzione ornamentale, ma diventa elemento espressivo primario: crea tensione, suggerisce sacralità, evoca il tempo ciclico del racconto popolare.

Tale visione affonda le radici nel rapporto decisivo con Roberto De Simone. Dal maestro, musicista e regista che ha indagato con profondità antropologica la tradizione del Sud, Vallifuoco ha assimilato una concezione dell’arte come sintesi di linguaggi: teatro, musica, gesto, rito. La fiaba, nella prospettiva di De Simone, non è intrattenimento infantile ma struttura culturale complessa, deposito di simboli e memoria storica. È proprio questa consapevolezza che traspare nelle tavole di Vallifuoco.

L’influenza desimoniana si manifesta nella centralità della ritualità, nell’attenzione alla cultura popolare intesa come sistema vivo, nella tensione tra sacro e profano. Le illustrazioni diventano così spazi di rappresentazione, luoghi in cui la narrazione si fa cerimonia visiva. Ogni immagine sembra custodire un tempo antico, ma al contempo parlare con linguaggio contemporaneo, evitando ogni cedimento folkloristico.

La proiezione su grande schermo ha amplificato la forza di questo impianto iconografico: i dettagli, la costruzione per piani, la qualità grafica del segno sono emersi con evidenza, dialogando con la musica in modo evocativo e non didascalico. Il suono dei pianoforti e l’immagine pittorica hanno condiviso una medesima tensione narrativa, restituendo al pubblico la dimensione originaria della fiaba come esperienza collettiva.

Al termine, nel clima conviviale del “The per te”, il dialogo tra artisti e spettatori ha suggellato il senso più autentico dell’iniziativa: dimostrare che la tradizione, quando è riletta con consapevolezza culturale e profondità artistica, non appartiene al passato, ma continua a generare visioni. In questa prima domenica di marzo, la fiaba – musicale e figurativa – ha ritrovato la sua voce più alta: quella del rito condiviso, della memoria che si rinnova, dell’arte che unisce.

 

 

 

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