“Sospesa/con il mondo assopito/ in un’afa estiva/profumata di gelsomini”. Scrive così Amalia Leo nella raccolta “La tigre sotto l’ombrello”, edita da Scuderi. Un itinerario poetico che si fa ricerca di un centro di gravità, di un equilibrio che si nutre di luoghi e stati d’animo mentre il respiro del tempo “ingrossa le vele dei dubbi: fenice spiumata a ritrovare il nido”. Ed è proprio il tempo ad essere centrale nella raccolta, un tempo che è sempre inafferrabile, ora pietra filosofale, ora pietra tombale per la condizione dell’uomo, solo “virgola tra il fare e il divenire/intervallo impercettibile che segna il passo delle cose”, troppo frettoloso “per stringere nel pugno l’eternità”. Presenza costante nei versi di Leo, è ora un treno che “organizza la sua orchestra/intercettando voci/di transito in stazioni”, ora “trascorre/senza identità/disteso/ tra vie/diventate/deserte a poco, a poco”, non c’è altra scelta che sconfiggerlo o amarlo. Ed è solo quando il tempo rallenta che il pensiero può librarsi “leggero/aquilone al vento/a catturare emozioni/da riportare al nido/in fondo al cuore”. Così l’attesa “stordisce di ebbrezza/il tempo imbandito/e come un amante/solleva piano i veli/per prolungar l’incanto”. Allo stesso modo le emozioni “sono lucciole/che si lasciano prendere/quando il volo è diretto/senza paura”, quando si sceglie di non indugiare, di non sprecare il tempo.
Un itinerario, quello che disegna Leo attraverso un uso sapiente di metafore, tra personificazioni e ossimori, in cui i paesaggi si caricano di un forte valore simbolico, dalla solitudine dei paesi del Sud dove “Solo i passi/dialogano/attori solisti/a rincorrere archi di luce/tra le pietre mai stanche” alle case di Furore “incastonate nella roccia/come gemme preziose/tra limoni e fichi d’india/per regalare un pizzico d’eternità” o ancora, come quelle di Minori, “raccolte a grappolo/si offrono al sole a raccontare la fiaba delle stagioni”. Dai Girasoli che “mostrano l’orgoglio/di non essere soli/e regalano l’audacia/ di essere prudenti/al loro Sole” alla Luna “falce dove appendere i sogni”. Anche la neve diventa “Macigno di fredda indifferenza/sugli inconsapevoli passi di forza inconsistente…/mantello dolceamaro/sdrucciolo/che ritira la trama/per restituire/la primitiva tela”. Una raccolta che non dimentica il destino del Sud, a partire dal terremoto che diventa ennesima piaga per una terra ferita “ed il Sud giace trafitto ancora”. Un Sud che non smette di fare i conti con l’emigrazione “dagli sguardi malinconici/perduti/ tra mille ricordi” a “giovani braccia incrociate/prigioniere di sogni senza volto”. Ecco perché “troppi/sono fuggiti via/per sconfiggere i fantasmi/di questa terra matrigna/che scaraventa via i suoi figli”. Fino al Murale della pace della chiesa di San Francesco dove viaggiatori fermi “cercano di ricomporre il mosaico, scena nella scena” e “Francesco racconta a Francesco il suo cantico di verità spogliate/tra braccia che implorano pace”.
Per scoprire che a volte le emozioni “sconfiggono le paure/ e diventano parole”. Di qui l’idea di una poesia come strumento salvifico che aiuta ad affrontare l’esistenza, che diventa spazio in cui essere sè stessi: “Ho stretto l’anima nel mio velo di silenzio e dolore” e comprendere il senso della propria vita “Eterno dilemma e privilegio/tra l’essere fuoco/ e l’essere terra”. Mentre sembra giocare ancora una volta con l’inesorabile alternarsi delle stagioni il componimento che dà il titolo alla raccolta: “Non si odono più spari/Dalla terra fino al Mare/e la Musica rimbalza sopra solchi già segnati/dai passi fragorosi di cori/oltre il limite di scena…/La tigre aristocratica/al riparo da incertezze/ha aperto, sorniona/il suo ombrello di saggezza”. Filo conduttore della raccolta, come sottolinea Baldassare, la distinzione tra essere e apparire “Essere al di là dello specchio” è solo una lussuriosa illusione, poiché la vita scorre comunque “come acqua di fonte/greve o leggera”, tra emozioni vissute e sussurrate. Così l’immagine che deriva dallo specchio, ancora di più nel tempo in cui viviamo, è solo “confusione di luci derivate/ che restringono il campo/di mancata messa a fuoco/in bilico tra la penombra assordante/di chiaroscuri e la divisione del diaframma di luce”. O è un “mercante di sogni/che nasconde i cocci”. Forse l’unica strada è tornare alla natura “Ho abbracciato un albero/per sentire la forza delle radici/ed ascoltato la voce dell’acqua/come sangue che scorre nelle vene/e mi sono sentita linfa in movimento/del mutevole cambiamento”. Ed è ancora la natura che permette di “dialogare col cuore/senza parole/in questa Ave Maria/affollata di voci naturali/a vestirmi d’immenso/nel Tempo fuori dal Tempo”. Continuamente la visione di un paesaggio naturale diventa il punto di partenza di una riflessione, di un’idea che scaturisce dalla mente ed evoca emozioni e stati d’animo “L’orgoglio del vento scompiglia la chioma svogliata/sull’assorto pensiero/navigatore di speranza/di notti spolverate/e mattine trasudate”. Una bellezza che appare mai scalfita dal dolore dell’uomo, fino ad apparire fredda nella sua immobilità “Le case respirano il mare/tra le limette preziose/Filari di emozioni/restano indifferenti ad ogni affanno/e le cicale intorno/cornici alle canzoni del tempo”. Ma è ancora possibile piantare la nuova radice e ritrovare i passi controcorrente ed assistere alla Resurrezione del Sole. Allo stesso modo “Il Mare/rinasce ogni volta/ad arruffare il velo”.E il pane quotidiano diventa “un mano testa/dignità di un attimo”.
La raccolta sarà presentata il 21 febbraio, alle 17.30, nell’Ipogeo della chiesa di Costantinopoli. Interverranno Andrea Gennarelli, presidente Cinecircolo Santa Chiara, Gianni Festa, direttore del Corriere, don Emilio Carbone, parroco della chiesa di Costantinopoli. A dialogare con l’autore Claudia Squitieri. Sarà presente l’artista Mila Maraniello. L’incontro è promosso da Agorà Giovani e Cinecircolo Santa Chiara.



