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Il bilancio dei primi due mesi di governo tracciato da Giorgia Meloni nella conferenza stampa di fine anno è parso più che un riepilogo degli atti fin qui compiuti un manifesto programmatico per il futuro, che la presidente del Consiglio vede dispiegarsi lungo l’intera legislatura. Non colgono nel segno i commenti che hanno evidenziato il divario, del resto già segnalato, fra gli impegni programmatici assunti in campagna elettorale e i compromessi accettati, o subiti, nel confronto con le istituzioni europee e con le forze parlamentari della stessa maggioranza: quel che conta è il quadro d’insieme, il disegno tracciato con piglio decisionista e con indubbia efficacia comunicativa. Le pur parziali riforme fin qui realizzate dal governo Meloni con il decreto sicurezza, lo stop alle Ong sui migranti, le misure economiche varate con la legge di bilancio, sono solo le prime tessere di un progetto coerente che mira ad una profonda trasformazione dell’Italia, imperniato sull’egemonia di un partito radicalmente conservatore, costruito sul modello del partito repubblicano degli Stati Uniti, quello aggressivo e reazionario di Trump, non quello compassionevole e ammiccante di Ronald Reagan. Un partito che non rinnega nulla del suo passato, neppure le radici missine, ora esaltate come una scuola di democrazia, e che mira ad inglobare leader per l’avvio dei lavori parlamentari sono talmente ridotti che entro la prima metà del 2023 si potrà capire se il piano è destinato al successo o al fallimento. A questo punto la parola dovrebbe passare all’opposizione, che però non pare aver compreso l’importanza della posta in gioco. Da una parte Calenda e Renzi sono pronti ad accettare la sfida, puntando ad attenuare il presidenzialismo nella forma di un più ragionevole rafforzamento dei poteri del premier; dall’altra le opposizioni più intransigenti – Pd e Cinque Stelle – sono al momento impegnate in un duello all’ultimo sangue per l’egemo – nia nel campo progressista che, al di là della rincorsa delle perfino ad azzerarli i legittimi distinguo di alleati e compagni di viaggio che vorrebbero un approccio più graduale e moderato (Forza Italia), o uno spazio per sventolare le proprie bandiere identitarie (la Lega). Nei confronti degli uni e degli altri Giorgia Meloni si è mostrata rassicurante – “mi fido dei miei alleati di governo…i miei tempi coincidono con i loro” – ha detto; ma ha fatto poi capire che sarà solo lei a dettare il ritmo della corsa e a suonare lo spartito che l’intera orchestra dovrà fedelmente eseguire. La riforma della Costituzione imperniata sul presidenzialismo è la cornice entro la quale si dispiegherà il progetto meloniano, e i tempi dettati dalla centuali di consenso, rischia di sfiancare entrambe lasciando campo libero a quello che dovrebbe essere il comune avversario. Ma, mentre gli ormai ex grillini si riconoscono in un capo che soddisfa le pulsioni che li animano, Il Partito democratico si sta logorando in una vigilia congressuale senza fine, destinata a bruciare energie, cultura politica e storie personali, lasciando campo libero a una destra spregiudicata e arrembante. Le prossime elezioni regionali in Lombardia e Lazio, dove tre opposizioni divise sfideranno un blocco conservatore compatto e galvanizzato dall’esperienza di governo, si potrebbero trasformare in una ulteriore tappa vittoriosa per le ambizioni di Giorgia Meloni.

di Guido Bossa

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