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La morte dell’onorevole Gerardo Bianco, lasciando un vuoto incolmabile, mi suggerisce una riflessione sul ruolo della classe dirigente. Negli ultimi decenni si è registrato un vero e proprio terremoto che ha azzerato la cultura politica. Si era detto tanto male della prima Repubblica – che certamente ha avuto i suoi limiti – eppure ora al confronto con l’improvvisazione e l’approssimazione delle nuove leve della classe amministrativa e politica non si può non pensare a quella stagione come a una epoca in cui il protagonismo era affidato a “monumenti” dell’ars politica. Basta pensare a quanto sia sconfortante l’oggi in cui tutto è sciatto dalla scrittura delle leggi, piena di errori madornali, ai discorsi improvvisati di alcuni parlamentari fatti in Aula come al Bar. A che cosa è dovuto questo scadimento? Oltre ai limiti personali dei rappresentati dei cittadini, la causa è nel trionfo dei peggiori, dei furbetti e arroganti rispetto ai giovani preparati che spesso emigrano e si tengono – o sono tenuti – lontani dalla gestione del potere e della cosa pubblica. Un ruolo, poi, ce l’ha anche lo smantellamento dalla scuola che attraverso le mille modifiche spesso ha allevato veri e propri asini. La formazione politica delle nuove leve che assurgono a ruoli importanti è quanto meno deficitaria: occupano poltrone senza avere un minimo di cultura istituzionale. Non solo. La politica, dal suo concetto primario e fondativo di “servizio”, si è trasformata in occupazione del potere tout court. Anche i tentativi di mettere su scuole politiche sono miseramente falliti, diventando spesso passerelle per vecchi tromboni. Ma la crisi vera è proprio nella politica contemporanea, autoreferenziale, confusa, incapace di raccordarsi con i bisogni della società e sempre più lontana dalle necessità dei cittadini. In questo contesto anche un’inezia fatta bene sembra una rivoluzione. Sono di moda il balbettio, le opinioni, la generalizzazione dei concetti. Insomma, è di moda il “fatti avanti cretino”. E con questo spirito si affronta il dibattito sull’autonomia differenziata regionale e su alcuni capitoli della manovra del governo Meloni. Come immaginare un futuro migliore? Formando una classe dirigente non solo tecnica o tecnicistica ma soprattutto politica nel senso più nobile che contempla al suo interno il senso delle istituzioni. È un compito che spetta ai partiti che recuperando la vecchia scuola delle sezioni e dei circoli intellettuali, selezioni il meglio del “capitale umano” per offrirlo alla responsabilità dei governi. Comunali, regionali e istituzionali.

di Gianni Festa

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