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Di Guido Bossa

L ‘orrore per il massacro compiuto dai criminali terroristi di Hamas contro i civili israeliani e l’angoscia nell’attesa dell’inevitabile ritorsione dello Stato ebraico che aggiungerà lutti a lutti senza che venga mosso un solo passo verso la soluzione del problema, rischia di mascherare sotto un manto di ipocrisia le reali dimensioni della crisi che è esplosa il 7 ottobre ai confini della striscia di Gaza ma che è solo un capitolo del dramma epocale nel quale siamo precipitati dall’inizio del terzo millennio. È un mondo che sta cambiando sotto i nostri occhi nell’indifferenza generale di chi danza sull’orlo dell’abisso. L’analogia con gli attentati dell’11 settembre 2001 contro il World Trade Center di New York è quanto mai appropriata, perché tutto è cominciato lì e lì siamo ancora. Il 7 ottobre 2023 di Israele equivale a quell’11 settembre per gli Usa. Allora si tentò con la violenza più cieca e autodistruttiva di contestare l’assetto internazionale scaturito dalla seconda Guerra mondiale, colpendo il suo pilastro più solido e fino ad allora ritenuto inattaccabile; oggi viene preso di mira, ancora una volta con successo, lo storico alleato dell’unica superpotenza mondiale rimasta sulla scena in una delle aree più critiche del pianeta. Nell’un caso come nell’altro è palese come sia facile bucare le difese apparentemente più impenetrabili del nemico. E’ dunque prevedibile che la reazione sia scontata, secondo un copione già scritto. All’attacco dell’11 settembre, si rispose solo con la forza, senza prendere atto che il mondo stava cambiando e nuovi protagonisti, interi Continenti, si affacciavano sul proscenio pretendendo, giustamente, un ruolo da protagonisti. Si tentò di inserirli in una casella della scacchiera evitando di cambiare le regole del gioco, con il risultato che l’area di instabilità nel Medio oriente allargato si allargò a dismisura con la moltiplicazione delle crisi regionali, secondo la felice ma anche tragica intuizione di Papa Francesco che denunciò inascoltato l’inizio della terza guerra mondiale a pezzi. Un allarme profetico ben presto ridotto a slogan giornalistico. Intendiamoci: questo ragionamento non intende in alcun modo giustificare responsabilità che sono sotto gli occhi di tutti, peraltro cinicamente rivendicate con evidente disprezzo per la vita di civili innocenti. E tuttavia lo sdegno e l’orrore per l’accaduto e la pietà per le vittime devono accompagnare la denuncia di una deriva distruttiva che sembra guidare il cammino dell’umanità verso un orizzonte cupo e imperscrutabile. La crisi della globalizzazione e della conseguente illusione in un progresso inarrestabile ha generato il declino del modello democratico, e nulla lo ha adeguatamente sostituito. Le elezioni regionali in Germania stanno lì a dimostrarlo. Nello scorcio del novecento il crollo dell’Unione sovietica non ha prodotto la fine della guerra fredda, ma il suo proseguimento con altri mezzi, fino a che la guerra è tornata calda in Europa ed oggi, anche se un collegamento fra Kiev e Tel Aviv non è dimostrato è chiaro che Mosca si appresta a riscuotere un dividendo dalle stragi di Hamas e dalle ritorsioni che ne seguiranno. Un orrore apparentemente senza fine.

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