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“Perché non si fa chiarezza sulla vicenda del biodigestore di Chianche?”

Dal Coordinamento “Nessuno tocchi l’Irpinia” riceviamo e pubblichiamo la nota relativa alle ultime vicende sul biodigestore di Chianche.

«Le notizie che si apprendono dalla stampa locale e nazionale in merito agli ultimi provvedimenti giudiziari emessi dalla Procura Distrettuale Antimafia di Napoli e che interessano alcune società operanti nel settore dei rifiuti riconducibili all’azienda che si è aggiudicata l’appalto del biodigestore che si dovrebbe realizzare nel comune di Chianche, in provincia di Avellino, dovrebbero suscitare una certa attenzione da parte dell’opinione pubblica, delle Istituzioni e del mondo dell’informazione.

Siamo di fronte a un’inchiesta ancora in corso che merita rispetto per tutte le parti interessate senza precorrere i suoi sviluppi investigativi e giudiziari.
Ma questa doverosa accortezza non può sottrarre nessuno a porsi responsabilmente delle domande e rispondere a questioni che sono state da tempo sollevate rispetto alla logorante e non sempre lineare vicenda della realizzazione del secondo biodigestore in Irpinia.
Un’inchiesta giornalistica, documentata tra l’altro con dovizia di particolari reperibili in rete, quindi pubblici, condotta meritoriamente da una testata irpina diversi mesi or sono, aveva ricostruito con dovizia la vicenda dell’aggiudicazione dell’appalto dei lavori per la realizzazione del biodigestore. Qualche settimana prima l’Associazione Nazionale Costruttori Edili di Avellino aveva formalmente richiesto l’annullamento dell’espletamento del bando emesso dal Comune di Chianche rappresentando in esso incongruenze di procedura oltre che una non corrispondenza del prezzario dei costi di realizzazione.

L’anomalia che si evidenziava da più parti non riguardava aspetti di stretta attinenza giuridico-legale ma il fatto che una gara di rilievo europeo, dal valore di oltre 18 milioni di euro, propagandata dalla stazione appaltante come bando inerente un innovativo impianto tecnologico, intercettasse l’attenzione di una sola impresa, una semplice S.R.L., la quale era mandataria di un’altra società che era stata originata da una serie di evoluzioni giuridiche dopo la registrazione di fatti che avevano interessato provvedimenti giudiziari nell’ambito di inchieste condotte da Procure Distrettuali Antimafie.

A suo tempo, quindi, si pose questo quesito ma nessuno delle Istituzioni a vario titolo interessate dalla realizzazione del biodigestore ritenne di pronunciarsi o di adoperarsi in merito.
Lo stiamo dicendo da tempo che la scelta di voler realizzare il biodigestore a Chianche, oltre che per la sconcertante e inidonea localizzazione in uno degli areali di pregio vitivinicolo più importanti del Mezzogiorno, risultata incompatibile anche sotto l’aspetto urbanistico e procedurale, si sia rivelata una catena di errori che stanno inesorabilmente conducendo alla non realizzazione di una simile e necessaria struttura in Irpinia.
Quello che a nostro avviso non ha mai convinto è stato il percorso di realizzazione, a partire dalla sua genesi amministrativa, allorquando la legge regionale n. 14/2016, che riordinava il ciclo integrato dei rifiuti in Campania, introducendo giustamente la provincializzazione attraverso l’Istituzione degli ATO Rifiuti, ivi compresa la costruzione impiantistica, dodici giorni prima veniva inspiegabilmente anticipata da un provvedimento della Regione Campania che affidava a un bando a chiamata la loro realizzazione, stravolgendo , in tal modo, lo stesso principio cardine insito nella legge in via di approvazione.
E’ in questo vulnus che si inserisce la rodomontesca richiesta del più piccolo comune della Campania di realizzare un impianto di tale importanza strategica senza convocare il Consiglio comunale e senza ottenere i dovuti pareri propedeutici da parte dei comuni limitrofi e dei soggetti operanti sul territorio, come se fosse stata una banale opera pubblica paesana.
In tal modo si consente di scrivere nella relazione progettuale mastodontiche inesattezze, come quello della distanza di appena 7 chilometri dal più vicino casello autostradale, di rispettare in toto le distanze dal bacino fluviale, di essere compatibili urbanisticamente; incongruenze tutte evidenziate nella sentenza del TAR della Campania del febbraio 2021 che ha accolto i ricorsi dei comuni opponenti.

Sono trascorsi sette anni e molti altri probabilmente ne passeranno, quando nel frattempo i costi sono lievitati dai 14 milioni iniziali ai 18 milioni di euro attuali, prefigurando la necessità di impiego di ulteriori risorse finanziarie, ufficiosamente si parla di circa 24 milioni di euro, al momento senza alcuna copertura, nel mentre si palesano chiaramente altri aumenti dei prezzi del capitolato con una struttura a farsi probabilmente già obsoleta dal punto di vista tecnologico.
Questa vicenda, che poteva sembrare tutta irpina, per gioco forza tracima tali confini e da questione ambientale e territoriale assume inevitabilmente una dimensione nazionale che riguarda anche l’ambito della legalità.
In tutto questo lungo tempo di serio impegno civile abbiamo chiesto a chi di dovere di pronunciarsi rispetto a tali istanze, ma per risposta abbiamo ottenuto solo un assordante silenzio.
Abbiamo anche indicato soluzioni di massima oggettivamente più ragionevoli, di molto meno costose e più corrispondenti alle reali esigenze operative e logistiche dell’impianto, considerato anche l’enorme cimitero di aree industriali e produttive dismesse o non messe a frutto di questa provincia; ma questa non è stata mai seriamente cercata.
Sembra che tutto debba necessariamente essere immesso sul binario morto di Chianche e sobbarcare i cittadini di una spesa abnorme che non si sa se andrà anche a buon fine. Perché?”.

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