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Politica e pensiero, nel saggio di Covotta lo specchio di un’epoca

di Antonio Polidoro

Ho appena finito di leggere l’ultimo libro di Andrea Covotta : Politica e pensiero (Marcianum Press). Conosco di nome e attraverso i giudizi sempre lusinghieri di molti dei suoi colleghi l’autore, non avrei motivi per attivare momenti di “captatio benevolentiae” eppure, seppur contravvenendo alla mia indole difficile nel giudicare un’opera letteraria, confesso che è stata una lettura avvincente e di estremo interesse per una serie di motivi che cercherò di illustrare. Intanto giova chiarire che non si tratta di una recensione : non avrei né titolo né capacità per percorrere questo impervio itinerario… letterario.

L’argomento, come tutto ciò che attiene alla politica e alla cultura italiana del secondo novecento, mi esalta per il semplice motivo che, da quasi ottuagenario, ho intensamente vissuto questa complessa ed interessante parentesi della storia italiana. A casa mia, grazie a mio nonno e mio padre, divoratori di giornali, c’erano ogni mattina a disposizione due copie ( nessuno dei due si sarebbe sognato di sottrarre momenti di lettura all’altro) …de Il Mattino e, settimanalmente, “Tempo” ed “Epoca”. Una situazione che mi riporta all’incipit del godibilissimo libro di Gaetano Afeltra “Corriere primo amore” (Bompiani 1984). Anche Afeltra ebbe la mia stessa fortuna,  “mio padre, scrive il grande giornalista amalfitano, comprava ogni mattino due giornali, il  Giornale d’Italia diretto da Bergamini e Il Mattino fondato da Scarfoglio…”. Per per tutti gli anni della scuola media e oltre ho divorato i fondi di Giovanni Ansaldo (poi di Ghirardo) e gli articoli dei più grandi giornalisti italiani che collaboravano con Tempo. Ero particolarmente attratto dalla prosa elegante di Ansaldo che curava la rubrica “Il Serraglio”. La politica, quella dei tanti nomi che “si muovevano” sulle pagine della stampa naturalmente, non aveva segreti. Se ne accorsero i miei professori e qualcuno si divertiva a chiedermi i nomi dei ministri di uno dei tanti governi che, all’epoca, duravano “lo spazio di un mattino”.

All’Università i nostri grandi maestri, Gabriele De Rosa, Renzo De Felice, Gaetano Arfè, Eduardo Sanguineti, Carlo Salinari si intrattenevano anche oltre il momento “curriculare” a parlaci della politica e della società nel nostro Paese. Il titolo del libro di Andrea Covotta ha acceso in me le sensazioni degli anni in cui ero divorato da una sete irrefrenabile di sapere cosa succedeva oltre gli angusti confini della pur politicamente vivace provincia irpina. L’ho subito letto e ho scoperto un’opera di profilo altissimo nella quale il “racconto” dei fatti e l’abbozzo sapiente delle figure sottendono un’analisi seria di quanto accadeva in un grande Paese che andava riprendendosi dalle ferite della guerra. Non è una recensione anche perché indulgendo, una volta tanto, al poco elegante vezzo di parlare in prima persona, queste poche pagine manifestano la voglia senile di mettere in campo ( sfacciatamente e pateticamente) molti passaggi di un’età giovanile che affiora e che riporta alla implacabilità…dell’anagrafe. Intanto nel libro del nostro illustre comprovinciale il discorso si dipana leggero in una preziosa sequela di fatti, raccontati in una sintesi brillante e, si direbbe, esaustiva…nonché ricca di preziose provocazioni alla riflessione. Probabilmente se il volume avesse raccontato soltanto la politica avrebbe perso senza alcun dubbio il fascino proprio di tutte le pagine che analizzano un’epoca in tutte le sue espressioni, segnatamente culturali.

In realtà il libro è come un grande affresco che illustra il paesaggio, le case, la gente in un unicum che illumina e ammaestra sia pure con la forza espressiva dell’immagine. Come non riportarsi all’Allegoria del Buon Governo di Lorenzetti… Il succedersi dei momenti politici scorre leggero catturando con garbo e raffinata sintesi anche i fatti di cronaca che coinvolgevano direttamente o indirettamente i politici come i personaggi dello spettacolo e dello sport dell’epoca. La relazione di Togliatti con Nilde Jotti e quella di Coppi con la “dama bianca” sono raccontate con elegante distacco seppur tra le righe si legga una chiara posizione di solidarietà con quei personaggi vittime dei limiti e dell’arretratezza di tempi che ,sotto questa luce, certo non rimpiangiamo. I fatti della che l’autore propone si legano, poi, con episodi della Storia di tutti i tempi, come nel caso della sede romana della Democrazia Democristiana che si intreccia con le vicende amare di Beatrice Cenci, un capitolo che diventa, anche sul piano letterario un autentico pezzo di bravura. Un valore aggiunto del lavoro si ritrova anche nella brillante scelta dei titoli di capitoli e paragrafi.

Nel capitolo “Cultura e propaganda”, Covotta, muove dal matrimonio della figlia di De Gasperi così come lo racconta la “Settimana Incom” e si incammina verso un’analisi del “Boom del cinema”, della nascita della Televisione punteggiando momenti “leggeri” come il Festival di Sanremo, i quiz televisivi, le sigle (inquadrate nelle loro corrispondenze con la Storia della Musica), lo sport, la TV pedagogica legata all’educazione degli adulti. Covotta riporta, a tal proposito,  un significativo e amaro giudizio di Aldo Grasso e continua con un analisi impietosa quanto precisa e opportuna sui momenti di involuzione della programmazione televisiva. Grasso rimpiange “la televisione come seconda scuola e senza sensi di colpa…” e, qui come in altri passaggi del volume,  Covotta mette in campo la sua collaudata capacità di analisi, quella di cui soltanto il “giornalista colto” è capace e padrone. “ Non solo quella Tv non c’è più, scrive Covotta, ma non c’è nemmeno il tentativo di inventare qualcosa che dovrebbe essere, una funzione obbligatoria, da anni, invece, tutte le reti mandano in onda programmi uguali. Quel piccolo schermo, inoltre, si è oggi frammentato in tanti pezzi, ha perso la sua idea unificante.”

Il volume di Covotta, intanto, non è di quei prodotti letterari “agili e veloci”, è, piuttosto, un lungo ragionamento nel quale incontri e conosci meglio Andreotti, De Gasperi, Fanfani come Eduardo De Filippo Fellini, la produzione sinfonica schubertiana quando riporta l’impagabile l’apologo di Martinazzoli…. Pretesti letterari brillanti e preziosi che danno l’incipit ad un’analisi profonda delle stagioni politiche negli anni che l’autore racconta e analizza con la padronanza del giornalista di razza. Un volume complesso che, vorresti, non finisse mai, avvincente e gratificante. Si legge e si apprendono fatti, mentre si “familiarizza” con le grandi figure che hanno punteggiato il panorama politico e sociale di un secolo complesso e controverso.

Si potrebbe continuare ma, come si diceva, non è una recensione. Anche perché ogni recensione sarebbe in questo caso inadeguata rispetto alla prefazione di Follini, intellettuale di robusto spessore e politico a misura d’uomo. Con tutto il rispetto,, c’è forse qualcuno che potrebbe meglio enucleare e proporre in esemplare chiarezza il valore di questo lavoro di Covotta che, tra le righe, lascia trasparire una leggera tinta di rimpianto per tempi nei quali non c’era spazio per i maestri dell’approssimazione. Lascia ai lettori tutto lo spazio necessario e dovuto per giungere alle conclusioni…. “ Covotta sembra quasi presagire questa discesa agli inferi che avremmo poi compiuto negli anni seguenti, scrive Follini”. “La descrive come un accorgimento e cioè quello di raccontarci solo il passato, così che il presente, nella sua pochezza, e nella sua apparente modernità, risalti per omissione”. Così’ Follini e così i tanti che sapranno guardare oltre il racconto…

Il volume di Andrea Covotta sarà presentato il 9 dicembre a Montefredane, presso la Biblioteca De Crescienzo. A confrontarsi con l’autore, moderati da Marco Staglianò, Ciro Aquino, sindaco di Montefredane e il giornalista Francesco Pionati

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