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Prata e la sfida di recuperare memoria e valori identitari

di Pietro Fiorentino Giovino

Chi viene da fuori difficilmente può percepire cosa si è mosso dentro queste mura di pietra e tufo. Un mucchio di case su una rupe, due strade lastricate, slarghi chiamate piazze, il rumore del fiume Sabato e l’ingombrante mole del Palazzo Baronale, già castello. Prata, da lontano, mantiene il suo aspetto scenografico, evocando il suo passato. L’atmosfera è in profonda connessione al suo contesto geografico: un abitato posto su pieghe geologiche scoscese che scendono verso le anse del fiume. Qui si sbarrava un tempo l’accesso settentrionale alla Contea di Avellino, controllando un sistema viario d’impianto antico. Il paese è stato da sempre crocevia di genti diverse nella sua lunghissima storia e rappresenta il caso unico di una prolungata signoria ragusea (da Ragusa, oggi Dubrovnik in Croazia) in Italia meridionale. Storie di cultura ma anche di ricchezza e miseria, intimamente legate per secoli alle produzioni agricole e boschive, all’allevamento e alle attività protoindustriali lungo il fiume (mulini, fornaci e una ferriera). Da sempre adoro raccontare le luci e le ombre del passato che si aggirano in questo luogo dell’anima, incredibilmente denso di emergenze monumentali poco note: l’imponente e massiccio Palazzo Grillo (già Della Monica), quello dei Ciambelli, le delicate chiese settecentesche delle Confraternite, la Parrocchiale di San Giacomo (con opere di Vaccaro e Colombo), la fragile Cappella gentilizia di San Michele (1644), i ruderi del mulino feudale, la torre civica, i resti dell’acquedotto romano, per non parlare dell’area archeologica che comprende la basilica con le catacombe dell’Annunziata (in pericolo per una frana). Su tutto, come un faro, il Palazzo Baronale, vero simbolo del tentativo di rinascita del vecchio paese. Qui restano alcune cose a ricordare lo splendore del passato: le alcove degli Zamagna con finte volte animate da architetture illusorie e grottesche che ricordano i modi dell’ornamentista Pasquale Vecchione (XVIII sec.), la sala dei Continenti, un cassettonato del ‘600 e l’aspetto severo della struttura che ricorda l’antica fortezza.

Ovunque, probabilmente, tutto ciò sarebbe stato trattato come un punto di forza e simbolo stesso del paese. Qui, invece, è diventato l’emblema di diversi fallimenti, non mancando, nei decenni passati, intenzioni, progetti di riqualificazione, proteste dei residenti, interrogazioni parlamentari, promesse ed alcuni sporadici restauri parziali (Palazzo Grillo). Tutto è però rimasto quasi inalterato alla mercè del tempo. Il centro storico rappresenta una ferita aperta, nonostante il suo recupero potrebbe alimentare interesse e futuro. Solo il Palazzo Baronale è un punto di riferimento, solitario e silenzioso per buona parte dell’anno e utilizzato saltuariamente per gli eventi. L’edificio è il cuore aritmico di un paese fantasma avvolto dalle nebbie vallive del mattino.

Ai suoi piedi è un’area abbandonata che il silenzio rende ombrosa, ancestrale e remota. I massicci gradoni della “Terra”, nome antico del quartiere, consentono un viaggio nella memoria cristallizzata del paese. Qui Prata conserva il suo malinconico fascino, mostrando i segni del sisma del 1980 e del conseguente abbandono. L’area è isolata tra due porte e fuori dal contesto di traffico veicolare. Qui case semplici senza memoria apparente, palazzi gentilizi di una bellezza deperita, altari dimenticati e privati di dignità sono sorvegliati dalla polvere e da una discreta popolazione di gatti. La natura ha iniziato a prendersi ciò che da secoli non era più suo: case, vicoli, balconi e tetti. Il quartiere, svuotato di voci e di presenze, oggi è chiuso e inaccessibile per il pericolo di crolli. Tra cumuli di macerie, le abitazioni si arrampicano a fatica sul pendio impervio, una sopra l’altra, trattenendo il respiro affannato di chi le ha vissute. Un luogo senza tempo dove la vita è fuggita altrove. Qui la poetica dell’abbandono trova tutta la sua forza, tanto da poter alimentare un turismo di “esplorazione urbana” (“urbex”, come si chiama ora). Nessuna rigenerazione è avvenuta dopo il terremoto e il quartiere è rimasto abbandonato nell’incuria e nell’indifferenza. Un pezzo di storia che racconta la tenacia di questa terra testarda e ballerina, perché sopravvissuto a varie calamità ma che oggi rischia di morire per il lungo degrado delle strutture. Questa storia millenaria sembra essere arrivata al suo epilogo.

Fuori dalle porte, limite di separazione della “Terra”, i quartieri del “Castellone” e del “Rione” mostrano meno estesi gli stessi identici segni. In particolare, l’area più a valle, il “Rione”, era un tempo molto popolata e oggi continua a vivere nella memoria di chi l’ha abitata e nell’orgoglio di chi ancora sceglie di risiedervi. Pure qui le strade sono semideserte ma non mancano, durante l’anno, momenti di calorosa convivialità. Sul pianoro verso Avellino, l’abitato moderno, banale e privo d’interesse, non regge al fascino di quello storico.

Non possiamo limitarci a leggere lo spopolamento come una tendenza inevitabile e, d’altra parte, esso è il risultato di una pluralità di fattori con radici più vetuste. Sin dalla fine del 1800, la gente di Prata ha preferito andarsene, famiglia dopo famiglia, attirata dalle opportunità offerte da realtà più economicamente fortunate. Il legame con il vecchio paese rimase forte, anzi fortissimo, fino alle fine del XX secolo. Poi il senso di appartenenza si è lentamente affievolito e molti non tornano neanche in estate, limitandosi al “volo degli angeli” per la festa dell’Annunziata.

Occorre elaborare una strategia migliore per recuperare i valori identitari e i beni della collettività. Difficile svendere le case ad 1 euro, fonte più di ulteriori problemi che risoluzione reale. A Prata c’è bisogno di un racconto diverso: restituire vita e dignità al patrimonio comune dovrà essere uno degli obiettivi del futuro, considerando il centro storico come il luogo dove la popolazione si confronta, vivendo esperienze che non siano esclusivamente demandate ad una sagra estiva. Qui ripopolare vorrà dire riportarci la comunità, in un ultimo tentativo di riappropriazione degli spazi pubblici: una forma di rigenerazione che tuteli il passato, trasformandolo per dotare il paese di luoghi di aggregazione e di strutture da utilizzare per occasioni d’incontro, ovviando alla cronica carenza di spazi sociali. Quelle “quattro pietre”, che oggi appaiono inutili, possono diventare davvero il fulcro di nuove possibilità per vivere meglio il paese. Qualcosa però si muove e, dopo 45 anni, sono recentemente iniziati i lavori per la Chiesa dell’Immacolata, bell’esempio di chiesa settecentesca che serba un’origine più antica come dipendenza di Montevergine. Il sogno di molti si è fatto realtà. Sembra di buon auspicio il motto dello stemma dei baroni Gradi nella volta del Palazzo Baronale: SPES, ossia speranza. L’ultima a morire.

Nelle foto la tela sul soffitto di una casa abbandonata e immagini della Terra, vecchio quartiere di Prata.

 

 

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