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Prove generali di alleanze in vista del redde rationem elettorale. Nel giro di poche settimane, mentre a palazzo Chigi Mario Draghi insieme ai ministri a lui più fedeli si adoperava con successo per mettere al sicuro i finanziamenti europei necessari per garantire la ripresa post pandemia, i partiti hanno iniziato a discutere del dopo emergenza, cioè del che fare una volta usciti dal tunnel nel quale la politica è entrata ormai da mesi. Mentiremmo se dicessimo che in proposito circolano già idee chiare e progetti definiti: l’intenzione, a destra come a sinistra, sarebbe di arrivare ad una semplificazione del quadro politico, al momento molto frammentato, ma sul come e sui passi necessari per raggiungere l’obiettivo si naviga ancora nel buio, anche se il calendario potrebbe aiutare a mettere un po’ d’ordine. Due date in particolare vanno cerchiate in rosso: una è quella della conclusione della legislatura, all’inizio del 2023, che potrebbe essere anticipata se il successore di Mattarella da eleggere nel gennaio del prossimo anno, sciogliesse in anticipo le Camere; l’altra più ravvicinata, coinciderà con la domenica di ottobre nella quale saranno chiamati alle urne i cittadini di Roma, Milano, Torino, Bologna, Napoli e degli altri Comuni che dovranno scegliere i rispettivi sindaci. L’occasione sarebbe ideale per tentare di realizzare già nelle urne amministrative quel consolidamento di blocchi omogenei che si vorrebbe poi trasferire in Parlamento. I tempi sono stretti, ma il meccanismo elettorale, centrato sul doppio turno e sulla figura del primo cittadino eletto direttamente, favorisce le alleanze e quindi va nel senso della semplificazione. Poi c’è la scadenza più lontana, quella del rinnovo di Camera e Senato, fra due anni (o un po’ prima), che pone tuttavia problemi di sistema di non poco conto. Per effetto della riforma costituzionale confermata dal referendum popolare del settembre 2020, il Parlamento della XIX legislatura sarà composto da 400 deputati e 200 senatori a fronte dei 945 attuali. Ciò comporterà di per sé una torsione del voto popolare in senso maggioritario, che vedrà premiati i partiti o le coalizioni più grandi a scapito dei minori. E’ il motivo per cui le prove generali di alleanze cui stiamo assistendo in queste settimane hanno un significato particolare.

Ma veniamo all’oggi. Come si preparano i partiti ad interpretare i ruoli richiesti nel nuovo scenario che si va prefigurando? Insomma, come sta andando il test? Si registra, sia a destra che a sinistra, qualche difficoltà ad adattarsi alle esigenze di un copione peraltro già scritto e ineludibile. Nella sua metà campo, Matteo Salvini ha cercato di bruciare le tappe lanciando la proposta di una federazione con Forza Italia, inizialmente approvata da Berlusconi ma subito stoppata dai gruppi minori di Toti, Brugnaro ed altri, per non dire delle ministre azzurre che non accettano di essere omologate alla Lega. Nell’altra metà del terreno di gioco, Enrico Letta, che pure non abbandona il progetto di un accordo con i Cinque Stelle, deve fare i conti con l’indeterminatezza programmatica del Movimento, che non trova pace neppure ora che un giudice ha sciolto il contenzioso con Casaleggio, e con una imprevedibile moltiplicazione di correnti interne al Pd, più o meno organizzate ma variamente a disagio sotto la sua guida. Naturalmente, le problematiche aperte a destra e a sinistra si traducono nella comune difficoltà ad individuare candidati forti e “unitari” per le competizioni già aperte nelle grandi città chiamate al voto. E la scadenza di ottobre per testare le alleanze in via di formazione, si avvicina.

di Guido Bossa

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