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Non c’erano i social e perfino la TV veniva considerata un mezzo non adatto quando bisognava “ragionare” di politica. Era il 28 settembre del 1973, 45 anni fa. Enrico Berlinguer è da un anno segretario del Partito Comunista, l’altra Chiesa opposta a quella democristiana. Sente che l’Italia ha bisogno di aprire una fase diversa e la spinta arriva dal lontano Sudamerica.
In Cile l’undici settembre sempre del ’73 il governo democraticamente eletto è stato rovesciato da un golpe militare. Pinochet è il nuovo dittatore. Il Presidente Allende sceglie di non arrendersi, muore suicida nel palazzo della Moneda almeno secondo la versione ufficiale. Un evento drammatico che per Berlinguer diventa la base per costruire quello che definisce il “compromesso storico”. Scrive su Rinascita il settimanale del PCI tre saggi, il primo il 28 settembre e gli altri il 5 e il 12 ottobre. Titolo: Riflessioni sui fatti del Cile. Berlinguer è convinto che gli Stati Uniti intendono forzare la coesistenza pacifica che fino ad allora ha caratterizzato la guerra fredda tra Washington e Mosca ed in effetti dopo il Cile toccherà anche all’Argentina finire nelle mani di una giunta militare. Berlinguer ritiene che solo una alleanza larga tra forze diverse può evitare ingerenze esterne. Scrive dunque : “sarebbe del tutto illusorio pensare che, anche se i partiti e le forze di sinistra riuscissero a raggiungere il 51% dei voti e della rappresentanza parlamentare, questo fatto garantirebbe la sopravvivenza e l’opera di un governo che fosse l’espressione di tale 51%. Ecco perché noi parliamo non di una alternativa di sinistra ma di una alternativa democratica, e cioè della prospettiva politica di una collaborazione e di una intesa delle forze popolari di ispirazione comunista e socialista con le forze popolari di ispirazione cattolica”. Tradotto: una apertura alla DC fino a quel momento avversario e nemico. Una proposta tutta interna alla politica che trova un interlocutore attento in Aldo Moro ma osteggiata duramente dai movimenti di sinistra sessantottini e dal mondo cattolico-moderato. Una politica però che riusciva ad essere più avanti rispetto alla società. Nonostante le critiche interne che Berlinguer e Moro subiscono nei rispettivi gruppi dirigenti entrambi proseguono il loro cammino. La politica guidava e non si lasciava guidare dal consenso immediato e spicciolo. Una visione molto diversa rispetto a quella attuale dove si guarda al piccolo particolare, a non irretire l’opinione pubblica e non alimentare la sfiducia dei cittadini verso la politica. Partiti che sono diventati come ha scritto il politologo Ilvo Diamanti dei “partiti-impresa e dei partiti giustizieri contrastati da partiti-non partiti con im-politici di professione. Finanzieri, banchieri, attori, comici che usano in modo professionale i media perché, appunto, sono professionisti dei mezzi di propaganda. Il territorio e la società scompaiono. Restano solo le persone. I partiti personali. Persone senza partiti. Perfino i media cambiano definizione. Ruolo. Perché l’immagine stessa logora i protagonisti. Mentre chi non ha immagine scompare. Il nuovo territorio è la rete. Il nuovo mito: la democrazia diretta. Dove tutti partecipano, tutti decidono. La piazza digitale lo permette. E promuove una democrazia immediata, senza mediazioni e senza mediatori. Dove ognuno vale uno. Dove ognuno può parlare, senza filtri. Può gridare, inveire. Dove l’unica presenza del sociale è il social”. In questa cornice è difficile immaginare una politica diversa. Il consenso si forma intorno a proposte che parlano alla pancia del paese. Immaginare come fecero Berlinguer e Moro politiche di lungo respiro è un’illusione. Quella stagione si chiuse drammaticamente nel bagagliaio di una Renault Rossa. I partiti si sono rinnovati hanno cambiato nome, pelle e destino ma a questa girandola di storie è mancata e continua a mancare un progetto.

di Andrea Covotta edito dal Quotidiano del Sud

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