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Referendum, Galli Della Loggia: “Non è un sondaggio politico, riguarda la riforma del processo”

“Come spesso accade in Italia, le discussioni sui referendum assumono tratti surreali oppure vengono utilizzate in chiave di campagna elettorale. Questo, però, è un referendum che ha delle caratteristiche abbastanza specifiche. In realtà tutti i referendum hanno caratteristiche proprie: si distinguono dalle elezioni politiche perché non si tratta di fare scelte di partito o di schieramento, ma di compiere scelte nel merito”. Così Ernesto Galli Della Loggia, storico ed editorialista del Corriere della Sera, intervenendo nella sala Carcere Borbonico, al primo appuntamento della rassegna Gymnasium, dal titolo “Referendum sulla giustizia: le ragioni del sì e del no a confronto”, iniziativa organizzata dal coordinamento provinciale di Fratelli d’Italia, guidato da Ines Fruncillo.

A introdurre il dibattito, moderato dal giornalista Marco Demarco, è Modestino Iandoli, coordinatore cittadino di Fratelli d’Italia: “Gymnasium perché pensiamo che è tempo che la politica recuperi la sua missione originaria, che è quella di comprendere e governare i processi sociali, e diventi nuovamente motore ispiratore di una visione tutt’altro che superficiale della società”.

Della Loggia chiarisce che “questo referendum riguarda la riforma del processo. In che senso? Nel senso che ciascuno di noi, quando entra in un’aula giudiziaria per essere processato, ha diritto a un giudice imparziale. Imparziale significa un giudice terzo, distinto sia dalla difesa sia dall’accusa”.

“Oggi, invece, i pubblici ministeri, essendo magistrati, fanno parte dello stesso ordine del giudice che si trova davanti all’imputato e quindi non c’è una vera terzietà. Il giudice non è davvero terzo perché è collega del pubblico ministero, anche se svolgono mestieri completamente diversi. Il pubblico ministero – aggiunge – dovrebbe condurre le indagini anche a favore dell’accusato, se necessario, mentre il giudice ha un ruolo differente. Tuttavia questa separazione non si traduce in una reale terzietà del giudice”.

Per Della Loggia, “un tribunale equo, un tribunale giusto, deve essere imparziale. Ma oggi non lo è. Tutto qui il senso della riforma. Poi naturalmente entrano in gioco le ragioni politiche, gli schieramenti. Così accade che i nemici del governo dicano che qualunque cosa faccia il governo sia sbagliata. Va bene, siamo un popolo fatto così. Se ci piace continuare in questo modo, andiamo avanti così”.

Secondo Della Loggia, votando al referendum, “degli schieramenti non dovrebbe importarci: ci importa soltanto il sì o il no. Mi pare che il centrodestra sul sì sia tutto d’accordo, così come nel centrosinistra mi pare ci sia una convergenza sul no. Però non credo che siamo di fronte a una prova del fatto che il quesito referendario è un sondaggio politico. Se poi la discussione viene buttata in politica, come spesso accade, è colpa dei politici, di chi anima i dibattiti, di tutti noi. Ma non è colpa del quesito referendario”.

Ortensio Zecchino, storico riferimento della Democrazia Cristiana, conferma che “la campagna elettorale ormai non si svolge più sull’approfondimento documentato dei temi, ma spesso sulla ricerca di emozioni da suscitare. Sapete che io sono per il sì, ma anche alcune voci del sì non mi sono piaciute. Spesso si butta il pallone fuori dal campo: in Italia non riusciamo quasi mai a discutere dei grandi temi per quello che sono davvero. Discutiamo sempre sulla base di ciò che ciascuno ha già in testa”.

Sulla separazione delle carriere dei magistrati: “In tutte le democrazie liberali esiste. Provate a trovare un Paese che non la conosca: è una cosa normale. Solo da noi diventa un terreno di scontro, tra paure da una parte ed evocazione di fantasmi dall’altra. Dovremmo uscire da questa condizione di Paese anormale e seguire il modello delle democrazie normali”. “Il processo – ragiona Zecchino – funziona così: c’è un giudice super partes e due parti contrapposte. Il processo nasce e si nutre del dubbio. Il dubbio nasce dal confronto tra due posizioni diverse e poi c’è il giudice che decide. Questo è lo schema della civiltà occidentale, il risultato di una lunga storia. Noi veniamo da una tradizione segnata dall’inquisizione, dove chi veniva inquisito era quasi automaticamente considerato colpevole. Non sto dicendo che oggi siamo in quella situazione, ma il processo moderno nasce proprio dal superamento di quel modello, con la separazione tra chi accusa e chi giudica”.

Per quanto riguarda il quesito sul Consiglio Superiore della Magistratura e il metodo del sorteggio, Zecchino sostiene che “il sorteggio nasce dalla volontà di rompere le ‘camarille’. Che sia giusto o sbagliato è un altro discorso, ma non è una cosa trascendentale. Pensiamo che il Presidente della Repubblica, quando viene messo in stato d’accusa, è giudicato anche da una giuria in gran parte scelta per sorteggio. Lo stesso accade nelle corti d’assise, dove si decidono questioni molto più delicate della gestione delle carriere dei magistrati. Qui si tratta di amministrare la vita e la libertà delle persone e lo affidiamo al sorteggio dei giurati popolari. Il sorteggio nel Csm nasce anche dopo il caso Luca Palamara, che ha mostrato il ruolo negativo svolto dalle correnti. Il meccanismo può essere contestato, ma nasce da questa esigenza”.

Infine il deputato Gianfranco Rotondi, altro storico esponente della Democrazia Cristiana: “Questa riforma mette a rischio l’indipendenza della magistratura? Direi proprio di no, perché non tocca affatto l’autonomia della magistratura. Si tratta semplicemente di una diversa organizzazione. Diciamolo chiaramente: da trent’anni si invoca la separazione delle carriere. Adesso c’è un governo che ha provato a realizzarla e vedremo cosa ne penseranno i cittadini”.

 

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