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Lo strappo è stato compiuto. Dopo averlo annunciato da settimane, appoggiandosi di volta in volta a pretesti diversi e incomprensibili, mercoledì sera il piccolo uomo politico di Rignano ha ufficializzato la sua volontà di liquidare il Governo in carica, aprendo una crisi al buio dagli sbocchi imprevedibili.  Tutto ciò accade proprio nel momento in cui il nostro Paese si trova ad attraversare il guado di una drammatica crisi sanitaria ed economica ed avrebbe bisogno di una guida rafforzata per resistere alla seconda ondata della pandemia ed avviare la ricostruzione sfruttando l’opportunità di un piano straordinario di investimenti, quale non c’è mai stato nella nostra storia, con le risorse che l’Unione Europea ci ha messo a disposizione. E’ stato da più parti sottolineato come una crisi di governo in questo momento sia in totale distonia con le esigenze di sicurezza sanitaria e con i bisogni urgenti delle categorie più colpite dalla situazione economica. L’appello del Presidente della Repubblica ad un atteggiamento costruttivo delle forze politiche “si è scontrato con un istinto demolitorio e muscolare, degno di un bullismo istituzionale (.) Lo strappo renziano accentua la sensazione di un piccolo partito di guastatori” (Massimo Franco, Corriere della sera del 14 gennaio). Per quanto oggi molti si stupiscono dei guasti provocati a freddo per un calcolo di potere quello, che si è consumato il 13 gennaio è solo l’ultimo di una serie di tradimenti politici e istituzionali operati dal bullo di Rignano. Non c’è bisogno di evocare il famoso aforisma “Enrico stati sereno”, che evidenziò le modalità complottistiche attraverso le quali lo statista di Rignano ascese alla carica di Presidente del Consiglio. Molto più gravi sono stati i tradimenti istituzionali dei valori Repubblicani incardinati nella Costituzione. Fra i più gravi vogliamo ricordare aver costretto il Parlamento, col solito metodo del bullismo politico, ad approvare una legge elettorale per la Camera dei Deputati (l’italicum) che, dando per scontata la soppressione del Senato prefigurata dalla riforma costituzionale, riesumava la legge Acerbo, voluta da Mussolini per consentire ad un unico partito di avere il controllo del Parlamento e del Governo. Inutile dire che questo progetto di onnipotenza politica, che combinato con la riforma costituzionale, tradiva l’impianto pluralista della Costituzione, non poteva andare a buon fine perché destinato a scontrarsi con i rimedi previsti dalla stessa Costituzione. Infatti fu spazzato via dal referendum costituzionale del 4 dicembre 2016 e dall’intervento della Corte costituzionale (sentenza n. 35/2017) che demolì l’italicum.

Sul piano economico sociale, fra i tanti tradimenti dei valori costituzionali, spicca la riforma del diritto del lavoro, il c.d. job’s act, che ha demolito l’art. 18 dello Statuto dei diritti dei lavoratori, cioè lo strumento attraverso il quale i principi della Costituzione venivano fatti valere nei confronti del potere privato. Più recentemente, non da ultimo, Renzi ha tradito il suo stesso partito, cioè il partito di cui si era impadronito. Quando è stato allontanato dal posto di comando, ha staccato i suoi fedelissimi dai gruppi parlamentari del PD ed ha creato il suo piccolo partito, privo di consenso popolare ma forte di un drappello di parlamentari utile per una azione corsara per il potere.

Nonostante i morti e i contagi, nonostante i disoccupati, aprendo la crisi politica in un momento così delicato per la vita del nostro Paese, senza nessun’altra prospettiva che quella di favorire l’ascesa al governo di una destra fascio-leghista, lo statista di Rignano ha introdotto un gioco d’azzardo le cui poste sono il blocco/sblocco delle misure sanitarie in atto, il blocco/sblocco del Recovery plan, le elezioni politiche anticipate ovvero un nuovo governo sotto l’egida di Renzi.

In questo modo Renzi ha consumato l’ultimo tradimento della Repubblica italiana e si è guadagnato un posto nel nono ed ultimo cerchio dell’Inferno dantesco dove lo vedremo immerso nel ghiaccio in compagnia di Ugolino della Gherardesca e degli altri traditori della Patria.

di Domenico Gallo

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