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Rosaria Troisi racconta suo fratello Massimo: mai stato fragile, era un concentrato di energia. Assomigliava a ciascuno di noi, ecco perchè è ancora così amato

Ha la schiettezza del fratello Rosaria Troisi e lo ricorda nel modo di parlare, nella spontaneità che la contraddistingue, tra aneddoti e ricordi. Si racconta, ospite dell’Accademia dei Dogliosi al Circolo della stampa, a partire dal legame speciale con Massimo, a cui ha voluto dedicare dopo “Oltre il respiro”, “Caro Massimo, ti scrivo perchè”, che riunisce le lettere e i pensieri a lui indirizzati da conoscenti, amici ma anche da tanti che non lo hanno mai incontrato ma hanno imparato ad amarlo. Non nasconde la sua emozione “Nel libro c’è solo una piccola parte dei messaggi di affetto dedicati a Massimo non solo da chi lo ha conosciuto. E’ uno scrigno di sentimenti, non ho corretto una virgola. Massimo è ancora così presente perchè assomiglia a ciascuno di noi, ognuno poteva identificarsi in lui e nei suoi personaggi. E’ sorprendente quanto anche i giovani lo amino. Mi piace parlare di lui nelle scuole come di un modello positivo a cui guardare”.

Ricorda i messaggi scritti sui biglietti della Circumvesuviana o i giovani che urlano il suo nome dal treno dalla stazione di San Giorgio, Confessa che “Non ci aveva preparato a tutto questo, a partire dalla sua morte. Nè io pensavo di avere la forza di raccontarlo al pubblico. Fu mio padre a dirmi “Tu a fa perchè a fratito tutti gli volevano bene”. Ricorda come “Massimo non amava la scuola, sentiva che quell’ambiente gli stava stretto, fu bocciato. Mamma, anche a causa del problema al cuore, era molto preoccupato per lui, aveva paura che si stancasse della vita. E, invece, è diventato un fenomeno del cinema. Ecco perchè dico ai ragazzi che devono amare la vita, non sanno mai cosa può riservare loro”. Spiega come “Cominciò a frequentare l’oratorio insieme agli amici dopo la morte della mamma. Pensavamo gli fosse utile per ‘sbarià’, per distrarsi. Ma quando vedemmo il primo spettacolo capimmo subito il suo talento, oscurò tutti gli altri. Credo che tutti si chiedessero ‘Ma questo da dove è esciuto?. Poi, furono costretti a lasciare gli spazi della parrocchia e si autotassarono pur di avere una sala in cui continuare a provare”. Spiega come Massimo non parlava di quello che succedeva sul set, “Quando veniva a casa i nostri discorsi riguardavano questioni di famiglia, puntuale, ad esempio, era la domanda allo zio su se avesse preparato il limongello”.

Ribadisce con forza di non averlo mai visto fragile, “a differenza del suo muscolo cardiaco che, invece, lo era. Aveva tanta di quella energia, era capace di abbracciare tutte le sue passioni, non solo il cinema ma anche il calcio e la musica. Con i problemi di salute che aveva avrebbe potuto chiudersi in sè stesso e invece non è stato così”. Si dice contento che Massimo “sia venuto fuori in tutta la sua leggerezza. Amava l’ascolto, con il suo modo di essere ha stravolto gli stereotipi legati all’essere partenopeo, lui era timido e non certo sicuro di sè a differenza del tipico napoletano!”.

Confessa come sia legata al Postino “il suo ultimo film, il suo ultimo tratto di strada” da un rapporto di odio e amore. “Anche quando ci invitarono alla mostra del cinema di Venezia stetti tutto il tempo abbracciato a mio marito senza riuscire a guardare il film”. Confessa come quando un gabbiano si sia posato sulla sua finestra abbia pensato a Massimo, ricorda come il vescovo don Mimmo Battaglia abbia voluto incontrare i familiari di Troisi e la richiesta l’abbia sorpresa non poco “Me lo trovai di fronte in jeans e maglietta, mi ringraziò dall’altare e il giorno dopo volle venire a trovarmi a casa e farsi un foto vicino al foulard che indossava Massimo nel film “Il postino”. Non potevo credere che ci cercasse il vescovo di Napoli”. Cita i sodalizi con Enzo De Caro “con il quale ci sentiamo ancora mentre Lello Arena, mi dispiace dirlo, è sparito” e con Roberto Benigni “Quando mio padre lo conobbe sul set non smetteva di ripetere quanto fosse no buono uaglione. E l’umiltà, il cuore grande di Roberto lo abbiamo sempre toccato con mano. Quanto a a Noiret lo ricordo come un signore, lo andai a salutare a un ristorante, si alzò immediatamente per andarmi incontro”.

Ricorda la passione di Massimo per il Napoli, Maradona e per le partite con la Nazionale artisti “Quando il Napoli giocava a Roma la squadra era sempre ospite a cena da lui”. Sulle donne amate da Massimo “non mettevamo bocca, erano questione sua ma certo, non tutte erano simpatiche. Tra quelle simpatiche c’era Clarissa Burt che si legò a mio padre in modo particolare”. Racconta aneddoti su aneddoti come quando riconobbe in alcune scene del film “Scusate il ritardo” un episodio realmente accaduto a casa propria “Massimo mi chiedeva sempre la domenica se andavo a mangiare da mia suocera. Inizialmente pensavo me lo chiedesse perchè non voleva restare solo. Poi ho capito che me lo chiedeva perchè voleva organizzarsi e avere la casa per sè. Quando vedemmo il film con mio marito pensammo subito che quella sembrava proprio casa nostra, riconoscemmo alcune delle battute”.

Un incontro, quello con Rosaria, carico di emozioni, moderato da Gianluca Amatucci e introdotto dal professore Fiorentino Vecchiarelli che si sofferma sull’impegno dei Dogliosi legato alla salvaguardia della memoria e alla promozione della cultura in città, annunciando l’imminente apertura dell’anno accademico. Tocca, poi, alla professoressa Ilenia D’Oria ricordare la forza di un artista, affamato di vita, che ha dato lezioni di umanità. Mentre l’avvocatessa e scrittrice Emanuela Sica spiega come “nell’ultimo volume Massimo si ricomponga nel ricordo dei tanti che lo hanno conosciuto. E’ un insieme di tasselli che completano il mosaico”. E’ quindi la professoressa Ilde Rampino a porre l’accento sulla capacità di Rosaria di far rivivere il fratello attraverso i suoi racconti

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