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Terremoto: il demone della paura

 

É un’Italia fragile quella di questi giorni. Le nuove scosse di terremoto che hanno colpito il nostro paese buttando giù questi piccoli borghi fanno crescere la voglia di normalità che diventa il desiderio più grande. Vogliamo scacciarci di dosso il demone della paura. Improvvisamente ma anche ciclicamente scopriamo quanto siamo vulnerabili. La gran parte delle nostre case non ha un criterio antisismico. Abbiamo costruito a volte scavando vicino a delle montagne, abbiamo intasato i greti dei fiumi ignorando ogni minima forma di sicurezza. Questa è l’Italia di oggi così simile a quella di 50 anni fa. Non un terremoto allora ma il 4 novembre del 1966 dopo due giorni di intensa e continua pioggia il fiume Arno rompe gli argini e all’alba inonda Firenze. Dapprima le strade poi il livello dell’acqua sale sempre di più fino ad arrivare ai primi piani delle case. L’acqua entra nei grandi monumenti della città: il Battistero, il Duomo, Palazzo Vecchio, gli Uffizi provocando grandi danni alle numerosissime opere d’arte. Muoiono moltissime persone. La città è in una situazione catastrofica. Firenze entra così nel suo periodo più buio dal dopoguerra. Fortunatamente con l’aiuto di volontari e soccorsi venuti da tutta Italia si torna alla normalità in un periodo di tempo non molto lungo ed ancora oggi possiamo ammirare la città in tutto il suo splendore. Firenze fu in quegli anni la ferita del paese ma altre purtroppo se ne sono aperte. Altri fiumi hanno straripato e tante volte la terra ha tremato. La nostra Irpinia nel 1980 è stata devastata dal sisma. Ed è proprio ripensando a quello che è accaduto allora che in molti oggi guardano a questo terremoto per riscoprire e recuperare la realtà di borghi che custodiscono l’identità italiana. Roma, Milano, Napoli, Torino sono città con una grande popolazione e ognuna di queste metropoli è abitata da persone che arrivano dai piccoli comuni del nostro paese. Lo scrittore Emanuele Trevi descrive quello che sta accadendo sostenendo che “di fronte alle immagini delle devastazioni sismiche, proviamo uno stranissimo sentimento di empatia, come se quello fosse il nostro paese, anche se siamo nati e cresciuti in città di palazzi e larghi viali. I borghi ci sono già nei mosaici bizantini, sul loro sperone di roccia stilizzato, per non parlare di Giotto e Simone Martini, o dei paesaggi del Rinascimento. Sono lo scenario ideale sia di innumerevoli favole, sia dei più memorabili episodi della Storia, l’avventurosa imprevedibile Storia degli italiani punteggiata di assedi e giuramenti e congiure. E alla fine, i borghi si sono infilati in quello che si potrebbe definire l’inconscio collettivo nazionale, diventando qualcosa che si conosce in profondo anche senza averne fatto una grande esperienza personale. E questi maledetti terremoti ci danno la sensazione dolorosa di scacciarci da casa”. E così ha fatto il giro del mondo la foto del crollo della Basilica di San Benedetto a Norcia, simbolo del monachesimo benedettino. Ed è per queste ragioni che accanto al reperimento dei fondi che sono indispensabili cresce il senso di solidarietà e i particolarismi vanno in soffitta. Gli esempi di straordinario volontariato che caratterizzano tutte le fasi di un dopo terremoto sono simili a quelli che vennero definiti “gli angeli del fango” a Firenze. Volontari che negli anni successivi sono diventati sindaci, assessori, parlamentari, professori, diplomatici e addirittura otto vescovi. Una “meglio gioventù” come nel film di Marco Tullio Giordana che non a caso narra una storia italiana. Gli anni passano ma il senso di appartenere tutti ad una stessa comunità è più forte degli egoismi di parte e ci aiuta a recuperare le nostre radici e la nostra identità.
edito dal Quotidiano del Sud

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