Dal 2023 a oggi in Italia hanno visto la luce 793.872 nuove imprese, mentre 677.131 hanno cessato l’attività. Sicuramente un saldo positivo ma che racconta più di un semplice confronto numerico: dietro questi dati, elaborati da Cribis su base Unioncamere, si intravede un Paese che cambia pelle, orientandosi sempre di più verso i servizi, il turismo e la finanza, senza però riuscire a ridurre in modo significativo la fragilità strutturale che caratterizza molte realtà imprenditoriali.
Lombardia, Campania e Lazio si confermano le regioni più dinamiche in termini di nuove aperture. Eppure, il dato forse più interessante riguarda il Sud e le Isole, che raccolgono il 31,6% delle nuove iniziative: un segnale di fermento che indica come l’autoimprenditorialità resti una leva forte in territori spesso penalizzati dal punto di vista occupazionale.
Guardando ai settori, la prevalenza dei servizi commerciali (16,7% delle nuove iscrizioni) non sorprende, così come l’espansione degli installatori (11,7%) e della ristorazione (7%). Più rilevanti sono i tassi di crescita registrati in comparti come gli alberghi (+18% nel 2024 rispetto al 2023) e gli investimenti finanziari (+17,2%), a conferma di un’economia che intercetta le opportunità del turismo e di un crescente interesse verso attività legate alla gestione del capitale privato.
Accanto a questa vitalità, si registra però un ricambio altrettanto marcato. Le cessazioni, 677.131 nello stesso periodo, non derivano nella maggior parte dei casi da fallimenti, ma da decisioni volontarie: pensionamenti, successioni familiari mai concretizzate, fusioni o incorporazioni. Qui ancora una volta la Lombardia guida la classifica (16,6%), seguita da Lazio (9,2%) e Campania (9%).
Il ciclo vitale delle imprese resta breve: quasi un terzo non supera i cinque anni, mentre solo il 15% riesce a resistere oltre i trent’anni. È un dato che solleva interrogativi sulla capacità del sistema di garantire continuità e consolidamento. Le differenze geografiche rendono il quadro ancora più complesso: nel Nord-Ovest chiudono soprattutto realtà giovani, mentre nel Centro e nel Nord-Est scompaiono imprese storiche, segno di un logoramento più lento ma inesorabile.
A colpire è anche la sovrapposizione tra settori che crescono e settori che soffrono. Servizi commerciali, installatori e commercio al dettaglio risultano ai primi posti sia per aperture che per chiusure. È la fotografia di un mercato fluido, dove l’accesso è relativamente semplice ma la sopravvivenza richiede strategie di adattamento rapide. Altri comparti mostrano criticità più nette: nel 2024 hanno registrato alti livelli di cessazioni l’industria dei manufatti in metallo (8,4%), le autofficine e i servizi di leasing (6,8%), insieme ai trasporti su gomma (6,5%).
In sintesi, il saldo positivo tra aperture e chiusure non basta da solo a rassicurare: il dinamismo italiano resta vivo, ma si accompagna a una forte volatilità. La capacità di trasformare questa vivacità in stabilità di lungo periodo sarà la vera sfida, soprattutto in un contesto in cui i servizi legati al turismo e alla finanza sembrano destinati a trainare l’economia dei prossimi anni.

