di Paolo Saggese
Mentre ancora sono diffuse dalle televisioni di tutto il mondo le immagini di Caracas bombardata illegalmente dall’esercito degli Stati Uniti e mentre sono pubblicate su tutti i siti internet le immagini del Presidente di una nazione ammanettato e sequestrato (non arrestato) illegalmente insieme alla moglie, abbiamo accolto la notizia senza stupore. Avevamo già scritto sulle pagine della nostra rivista “Corriere dell’Irpinia”, nell’aprile e nel maggio 2025, che Trump avrebbe aggredito il Venezuela, traendo a pretesto la violenza politica di Maduro (ma tanti tiranni spietati sono alleati degli USA), il narcotraffico e soprattutto la ricchezza petrolifera del paese sudamericano.
Quelle immagini ci costringono ancora di più ad ammettere che dobbiamo liberarci, noi occidentali, dalla presunzione di essere sempre dalla parte del giusto, di essere i portatori e i difensori di valori “universali” quali la giustizia, la libertà, la democrazia, il diritto internazionale ad una massa di barbari, che sono più del 90 per cento della popolazione mondiale. Dobbiamo liberarci dalla presunzione eurocentrica che ci siamo noi e ci sono degli incivili nel resto del mondo, che devono essere difesi, assistititi, aiutati, civilizzati, educati.
Dobbiamo essere in grado di guardarci allo specchio senza autoinganno.
L’Occidente ha tantissimi pregi e ha elaborato una civiltà straordinaria, ma si è macchiato di tante e numerose “colpe”.
Siamo ancora rimasti ai tempi dei film della nostra infanzia, quando John Wayne e John Ford ci facevano sognare, mentre illustravano l’epopea dei bianchi che sconfiggono i Comanches, che urlanti li inseguono per ucciderli e violentare le loro donne.
Trump in fondo è un John Wayne che accentua alcuni tratti: più spavaldo, più violento, e poi cinico e rozzo.
Si è tolta la maschera del cavaliere che difende le fanciulle o che si difende dagli assalitori, che è costretto alla guerra solo per sopravvivere.
In fondo buona parte della storia occidentale degli ultimi quattro secoli è stata una storia di genocidi e di violenze, di conquiste e massacri ai danni del resto del mondo. Fino agli anni ’20 del secolo scorso l’Occidente controllava direttamente o indirettamente l’87% delle terre del pianeta, ma ha visto nel corso del Novecento ridimensionare notevolmente il proprio ruolo e la propria supremazia. Tale supremazia è stata costruita attraverso un uso sistematico della violenza e delle armi (così chiaramente Huntington nel suo celebre “Lo scontro di civiltà”).
Siamo la patria della libertà, si dichiara spesso e solennemente, addirittura dall’origine della nostra civiltà.
Ma dimentichiamo che l’Europa è stata anche la patria di Cesare, Nerone, Carlo Magno, Napoleone, Luigi XIV, Carlo V, ecc. Nel Novecento siamo stati la patria dei totalitarismi, che non sono delle semplici parentesi della storia (come erroneamente intendeva Croce). Ce lo ricorda di recente Lucio Caracciolo nell’editoriale di uno degli ultimi numeri di “Limes” (numero 8 del 2025) dal titolo Ci siamo persi (pp. 7-31). Ce lo ricordava già Hannah Arendt, quando scriveva: “Non possiamo più permetterci di prendere quanto c’era di buono nel passato e dire semplicemente che quella è la nostra eredità, ignorare la parte cattiva e considerarla zavorra che il tempo provvederà da sé a relegare nell’oblio” (M. Mazower, Le ombre dell’Europa. Democrazie e totalitarismi nel XX secolo, Milano, Garzanti, 2000, p. 12, che cita il classico della Arendt Le origini del totalitarismo). Con una boutade Churchill dichiarava, a proposito di noi italiani, che sino al 25 aprile 1945 in Italia c’erano 45 milioni di fascisti, mentre dal giorno dopo 45 milioni di antifascisti. “Ma non risulta che l’Italia abbia 90 milioni di abitanti” (Caracciolo, Ci siamo persi, p. 9).
Bisogna, insomma, ammettere che nazismo e fascismo sono parte della nostra storia e delle nostre “radici”, solo in questo modo potremmo sviluppare gli anticorpi adeguati per impedirne le insorgenze: “Se risaliamo la corrente verso le fonti dell’antistoria europeista ci imbattiamo nella madre di ogni equivoco: il rifiuto di ammettere che fascismo, nazismo e loro derivazioni appartengano all’album di famiglia dell’Occidente. Inscritti nel cuore della moderna Europa, Mussolini e Hitler non sono calati da Marte. Né si equivalgono. Antisemitismo, razzismo, colonialismo, eugenetica, sopravvivenza del più adatto non sono invenzioni del Fascio o del Terzo Reich. Nemmeno di Lutero o Nietzsche. Comodo ma falso espellere dal Novecento fascismo e nazismo – o peggio l’inesistente crasi nazifascismo – quali due facce del Male assoluto, dunque irripetibile. Sentenza che vorrebbe esimerci dal vaglio delle vergogne d’Europa. A cominciare dall’Olocausto, schema hitleriano al quale contribuirono schiere di volenterosi dall’Europa centro-orientale alla Francia di Vichy, per tacere di Salò e dei razzisti nostrani” (Caracciolo, Ci siamo persi, p. 13).
L’Europa non è il bene assoluto: “La mia Europa è la tua Antieuropa e viceversa” (p. 15).
Ritornando a Maduro, gli Usa hanno sempre considerato il Sud America il loro “cortile di casa”. Passando a John Wayne, gli occidentali, in particolare gli statunitensi, che si apprestano a celebrare il duecentocinquantesimo anniversario della loro indipendenza, dovrebbero leggere un libro di Ned Blackhawk, che ha di recente ricostruito la storia degli Stati Uniti in relazione ai popoli nativi: “La riscoperta dell’America”, traduzione di Christian Pastore, Neri Pozza Editore, Vicenza, 2025.
Basterebbe leggere alcune pagine dell’Introduzione:
“Una nazione sorta sulle terre strappate ai popoli indigeni può davvero essere il più emblematico esempio di democrazia del mondo? Come è possibile? Questa domanda perseguita gli Stati Uniti, così come altre nazioni che si sono sviluppate a partire dall’insediamento di coloni” (p. 13).
Di fronte a questo “delitto” storico la maggior parte degli studiosi hanno risposto con il “silenzio”.
Ci sarebbe bisogno invece di maggiore “onestà intellettuale”, “di una narrazione più inclusiva” (p. 15): “La nostra storia deve affrontare il fatto che i popoli indigeni, gli afroamericani e milioni di altri cittadini non bianchi hanno evidentemente dovuto fare a meno dell’uguaglianza, non hanno avuto modo di godere della vita, della libertà e della possibilità di essere felici, che dovrebbero essere diritti inalienabili di chiunque, secondo quanto dichiarato quando la nazione venne fondata” (p. 15). I nativi hanno subito una acculturazione forzata, hanno dovuto rinunciare alla loro cultura, alla loro terra, al loro mondo, sono stati cancellati dalla storia, sono stati massacrati: “Rifacendosi alle definizioni stabilite dalle Nazioni Unite nella Convenzione per la prevenzione e la repressione del delitto di genocidio (1948), gli storici hanno riconosciuto che il genocidio ha marchiato la storia dei nativi americani” (pp. 18-19).
Ritornando ai film western, la “Dichiarazione d’indipendenza […]” degli Stati Uniti definisce gli indiani “‘spietati […] selvaggi’” (p. 21). “Nella mente di molti padri fondatori, la posizione costituzionale dei popoli nativi era simile a quella di cittadini stranieri” (p. 25).
Dunque, depredati e umiliati, uccisi e ridotti a schiavi, stranieri in patria!
Trump rappresenta una parte significativa della “cultura” statunitense e della politica statunitense. La più violenta e la meno diplomatica, la più cinica e la più irrispettosa delle regole della democrazia e del diritto internazionale (valori occidentali).
L’Occidente ha in sé un Antioccidente!
Quale vincerà? La parte “buona”, illuminista, o la parte violenta, trumpiana?
Vedremo.
Ma poco sembra essere cambiato nell’arco di tempo che va dal 4 luglio 1776 al 4 luglio 2026.



