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Nel linguaggio accademico che al prof. Giuseppe Conte deve essere più familiare di quello politico direi che, al suo primo esame parlamentare, il nuovo Presidente del Consiglio ha ottenuto un’ottima votazione nella prova scritta – le Comunicazioni lette al Senato e consegnate alla Camera martedì scorso – mentre è stato largamente insufficiente all’orale: le repliche, soprattutto quella di mercoledì sera alla Camera dei Deputati, quando ha purtroppo (per lui) mostrato di non essere in grado di rispondere alle domande degli onorevoli interroganti, producendosi in imbarazzanti gaffe, equivoci, lapsus e strafalcioni, invano aiutato dai suggerimenti del compagno di banco più preparato (Luigi Di Maio) che gli sedeva accanto.

Comunque sia, la prova è stata superata con successo, come testimoniano i due voti di fiducia che conferiscono al Governo la pienezza dei poteri; eppure questo avvio altalenante non è di buon auspicio, anche perché già non mancano altri esami ancor più impegnativi in sede internazionale dove il professore sarà chiamato a chiarire alcuni punti ambigui del suo programma, soprattutto in politica estera, alleanze internazionali, rapporti con le istituzioni europee, alle quali ultime dovrà chiarire con quali risorse intende far fronte ai costi di alcune riforme – fisco e pensioni ma non solo – che al momento sembrano prive di coperture.

Intanto però il governo è partito e presumibilmente godrà di un periodo di luna di miele con l’opinione pubblica. Succede sempre, anche se poi può capitare che il favore popolare cali in proporzione all’altezza delle aspettative inizialmente alimentate, e disattese. Si vedrà, ma intanto si può legittimamente rilevare una delusione di fondo che ha accompagnato la duplice performance del Presidente Conte al suo esordio in Parlamento. Di fronte ad una maggioranza che si è rivelata solida ma ancora non omogenea (e forse mai lo sarà), e pur favorito da un’opposizione in evidente difficoltà nelle sue principali componenti (Pd e Forza Italia: i Fratelli d’Italia restano accampati sulla sponda del ‘vorrei ma non posso’), Giuseppe Conte non è (ancora?) riuscito ad esprimere la personalità, il piglio, la sicurezza di sé che si richiede a chi ha il compito di guidare un esecutivo che si propone di aprire una “stagione nuova” capace di interpretare l’inedita “geografia del consenso” disegnata dalle urne del 4 marzo. Insomma, se quello che si è presentato alle Camere deve essere il “Governo del cambiamento”, come ci è stato ripetuto fino alla noia, si vorrebbe da chi ne è al vertice una consapevolezza, una visione, una autonoma capacità di sintesi che finora non si è manifestata.

Del resto, lo stesso professore ha quasi ammesso i limiti del proprio mandato, forse non accorgendosi di aver introiettato la definizione minimalista di mero “esecutore” del contratto di governo che Di Maio formulò mentre era ancora in corso la trattativa con la Lega. Ora quel contratto diventa un “progetto per il cambiamento dell’Italia”, dunque un programma ben più ambizioso; ma se è così andrebbe riformulato da capo a piedi, dovrebbe essere sostenuto da una vera maggioranza politica, non da un temporaneo allineamento di interessi; e andrebbe proposto alle Camere e al Paese non da un outsider ma da una personalità dotata di carisma riconosciuto e confermato dal consenso popolare, forte di autonomia propria anche di fronte a quelli che con crudele espressione il presidente Pietro Grasso ha definito “i suoi due danti causa”.

Finora il prof. Conte è ben lontano dal raggiungere questo obiettivo. Anche nei giorni immediatamente successivi al suo debutto in Parlamento, è stato largamente surclassato dai suoi due vicepresidenti, che si sono confermati i veri interpreti, se non proprio i responsabili, della politica governativa, e che pare intendano restare a capo dei due partiti che sorreggono l’esecutivo. La storia repubblicana, da De Mita a Renzi, ha dimostrato che il doppio incarico non è a lungo sostenibile, e chi ha tentato di mantenere i piedi in due staffe – partito e governo –prima o poi è caduto da cavallo. Nel caso che ora è davanti ai nostri occhi potrebbe darsi che i due fantini decidano ad un certo punto, d’accordo o meno fra di loro, di far cadere il cavallo, cioè il governo, magari perché ne hanno spremuto tutte le energie.

di Guido Bossa edito dal Quotidiano del Sud

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