di Rosa Bianco
La scomparsa di Antonino Zichichi, fisico di fama mondiale e protagonista del dibattito scientifico e culturale italiano, riporta al centro dell’attenzione internazionale una figura che ha saputo coniugare ricerca d’avanguardia, divulgazione e visione istituzionale della scienza. In questo contesto, il ricordo di chi ne ha condiviso un lungo tratto di percorso intellettuale aiuta a comprendere la portata della sua eredità. Tra questi, Ortensio Zecchino, presidente della Biogem e già Ministro dell’Università e della Ricerca scientifica, con il quale Zichichi intrecciò un rapporto fondato sul dialogo tra saperi, sull’impegno civile e sulla costruzione di luoghi di eccellenza scientifica nel Mezzogiorno. A lui abbiamo chiesto di ripercorrere la figura dello scienziato e il significato del suo lascito.
Presidente Zecchino, come è nato il suo rapporto personale e intellettuale con Antonino Zichichi e quale impressione le fece nel primo incontro?
Il nostro primo incontro risale a molti decenni fa; si è poi rinsaldato nel tempo in cui ho avuto la responsabilità di Ministro dell’Università e della Ricerca scientifica, durante il quale mi fu prodigo di molti consigli, e si è ancor più cementato in questi tre ultimi decenni. L’ho visto l’ultima volta nell’estate scorsa. Sono andato a trovarlo nel suo bel rifugio marino ai piedi della sua Erice. È stata, come al solito, una bella e ricca conversazione su tutto: scienza, vita, fede, politica, bellezza. Immancabile, anche in quell’occasione, il ricordo di Ettore Maiorana e del mistero della sua fine.
Il meeting “Le Due Culture” è diventato uno dei momenti identitari della Biogem. Che ruolo ha avuto Zichichi in quel dialogo tra scienza, filosofia e cultura umanistica che lei ha fortemente voluto?
Si può dire che Zichichi sia stato emblema dell’unità delle Due Culture. Fisico di fama internazionale, fondamentali i suoi studi sull’antimateria, non ha mai disgiunto la sua scienza dal sapere umanistico. Come papa Ratzingher è stato uno dei pensatori, che più ha saputo offrire riflessioni acutissime sul rapporto scienza-fede.
Dal punto di vista umano, quali tratti del carattere di Zichichi ricorda con maggiore affetto o che ritiene abbiano inciso di più nel rapporto con ricercatori, studenti e collaboratori della Biogem?
Come tutti i veri maestri era rigoroso e, insieme, affabile. Aveva inoltre il raro dono di affascinare quando parlava.
Al di là dell’esperienza della Biogem, come giudica la figura di Antonino Zichichi nel panorama scientifico internazionale e quale pensa sia il suo contributo più duraturo alla fisica e alla comunità scientifica globale?
I suoi studi sull’antimateria restano contributi fondamentali nella fisica moderna.
In un’epoca in cui il dialogo tra saperi è sempre più fragile, che insegnamento lascia Zichichi sul rapporto tra scienza, etica e responsabilità culturale?
Potente è il lascito del suo pensiero, ma non meno potente è il lascito di opere: basti pensare allo straordinario valore sociale e culturale del “Centro di cultura scientifica Ettore Maiorana” da lui fondato nella sua Erice e da lui presieduto fino alla morte. Solo chi lo visto e vi ha operato può comprendere la grandiosità del progetto. In nessun luogo anche in tempo di guerra fredda, vi sono stati, come ad Erice incontri, dialoghi e collaborazioni tra i più grandi scienziati occidentali, giapponesi e sovietici. Lì anche la cultura umanistica ha trovato il suo tempio. Schiere di giovani di tutte le nazionalità hanno seguito cicli di formazione alloggiati nelle strutture del Centro, incastonate tra le suggestive mura della Erice medievale. Poche istituzioni al mondo hanno saputo lanciare all’umanità intera così forti e alti messaggi di scienza, pace e progresso. Lì ha voluto far visita Giovanni Paolo II, pernottando in una delle più suggestive residenze (dove, mi sia consentito questo indimenticabile ricordo personale, sono stato ospitato anch’io).
Zichichi nasce a Trapani nella bella Sicilia e fonda il Centro Ettore Maiorano a Erice, lei è irpino e fonda la Biogem ad Ariano. Entrambe le istituzioni lanciano lo sguardo al mondo della scienza internazionale e tuttavia due uomini del Sud hanno voluto radicare sui territori di appartenenza sedi scientifiche rilevantissime. Forse è un segnale di nuovo meridionalismo?
Biogem, pur con la buona reputazione di cui ormai gode nel panorama internazionale, è cosa molto piccola rispetto all’iniziativa di Zichichi ad Erice. Se un filo comune può idealmente legarle è nel fatto che entrambe dicono che il Mezzogiorno può salvarsi solo puntando a più alti livelli di impegno scientifico e culturale. È stato questo sempre uno dei più fermi miei convincimenti: la questione meridionale è tutta nella ancestrale povertà numerica e strutturale delle sue strutture del sapere. Monotonamente ho sempre ricordato che, per sette secoli, mentre il Centro-nord pullulava di Università, il nostro Mezzogiorno peninsulare ne ha aveva una sola, quella fondata mel 1224 da Federico II (solo nel 1924 è nata la seconda Università meridionale, quella di Bari).
Dalle parole di Ortensio Zecchino emerge così il profilo di uno scienziato capace di unire rigore e visione, scienza e umanesimo, radicamento territoriale e apertura internazionale. In questo senso, la figura di Antonino Zichichi continua a interrogare il presente: non solo per i risultati scientifici conseguiti, ma per l’idea di scienza come spazio di dialogo, responsabilità e costruzione di pace. Proprio come testimonia l’esperienza del Centro di Erice, più volte richiamata nell’intervista, il suo insegnamento supera i confini disciplinari e geografici.
E risuona oggi con particolare forza una sua convinzione: «Senza cultura scientifica non c’è progresso, e senza progresso non c’è pace». Un lascito che interpella il nostro tempo e affida alle nuove generazioni la responsabilità di custodirlo e rilanciarlo.




