Martedì, 7 Aprile 2026
07.26 (Roma)

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So che a molti questa epistola parrà inutile, oziosa, noiosa,
addirittura dannosa dal momento che non bisogna parlare di fune in
casa dell’impiccato. Eppure sento forte il bisogno di rivolgermi a voi
che affollate i bollettini di guerra di questi giorni, uomini e donne che
avete incontrato la morte in prima linea e che per noi siete semplici
unità addizionate a un cumulo di cui si tace nome, cognome, età. Voi
siete stati, in questa guerra ancora tutta da combattere e da vincere,
il Battaglione “San Marco”, quelli mandati avanti a tutti per
difendere il resto, e avete offerto i vostri petti nudi alle prime
mitragliate del nemico che vi ha tranciato senza pietà. Lui non ne ha
avuta, mi chiedo se ne abbiamo noi che vi vediamo scomparire dalle
nostre case prelevati da operatori sanitari vestiti da palombari e
perdiamo di voi ogni traccia, privati della parola, dello sguardo, del
gesto che accompagnano i riti del morire. Abbiate pietà della nostra
freddezza e dell’inconfessato godimento che proviamo nei bollettini
della sera per non essere nel vostro cumulo, per essere ancora vivi
con aria nei polmoni e sangue caldo nelle vene. Non abbiamo
consapevolezza che con voi scompare una parte di mondo, una fetta
di ricordi, giochi fatti da bambini, il primo bacio, una sbucciatura dei
ginocchi nel cortile di casa, sogni, progetti, abbracci dati o attesi
invano. Nietzsche scriveva “Molti muoiono troppo tardi, e alcuni
troppo presto. Ancora suona insolita questa dottrina: “Muori al
momento giusto!”. Muori al momento giusto: così insegna
Zarathustra. Certo, colui che mai vive al momento giusto, come
potrebbe morire al momento giusto?”. Scusate questa citazione di un
grande filosofo non credente che mette il dito nella piaga, non è per
voi che siete fuori del tempo pericoloso della vita, ma per noi che, nel
tempo accelerato, abbiamo perso il gusto di vivere e per questo non
sappiamo più morire. Nella corsa forsennata ci siamo estraniati a noi
stessi, non abbiamo più goduto dell’affetto dei parenti e degli amici,
del canto degli uccelli, dell’esultanza della Primavera, del colore
rubino del vino, di un abbraccio, di una parola, di un silenzio.
Sempre fuori casa, fuori di noi, fuori del “momento giusto” per
vivere, fuori della gioia, sempre esuli. Ora una peste ci ha tappati in
casa e ci stiamo a disagio, arrabbiati, pronti a riprendere la corsa non
appena ci daranno il segnale agognato e scenderemo nelle piazze a
festeggiare tutta la notte come se niente fosse accaduto. Voi non ci
sarete. Vi chiediamo perdono perché vi avremo dimenticato, forse lo
abbiamo già fatto oggi per difenderci, e ci basta pensarvi numeri,
caduti in guerra nel 2020 quando, in maniera sparsa, le nazioni e i
continenti si mossero contro un nemico comune. Di che cosa vi
abbiamo privato? Perché sono qui a chiedervi perdono? La morte è
un evento ineluttabile, non dipende da noi, ma da noi dipende
il…morire. La morte riguarda tutti, anche un passero, una quercia,
una cosa, ma il morire è un fatto personalissimo che solo noi uomini
possiamo vivere. Riguarda il modo solenne con cui si può incedere,
l’attardarsi con lo sguardo sulle cose, accarezzare con gli occhi
persone e cose, piante ed oggetti, le pareti di casa, dire parole,
scrivere testamenti, pronunziare una benedizione sui figli. Questo e
tanto altro rientra nel morire che è un fatto personalissimo, varia da
persona a persona, esprime la grandezza di un uomo che
consapevolmente si avvicina alla morte facendone un dono. Di tutto
questo noi vi abbiamo privato e defraudato i vostri familiari che non
hanno avuto il conforto di veglie affollate e abbracciate, di preghiere
recitate tra le lacrime, di porte di chiese che si aprivano come braccia
materne. Perdonateci. Siamo certo lontani dal carro dei monatti che
giravano per Milano a raccattare i cadaveri come venditori
ambulanti, ma l’effetto è identico, fretta nell’isolare i malati, assenza
di notizie, valige rimandate indietro con la corona del rosario e la
biancheria personale, operatori in tuta che si avvicinano per
controllare sui monitor i valori di riferimento, stanze anonime dove
si cercano inutilmente, in brandelli di coscienza, le immagini note e i
volti cari. I nostri medici e tutti gli operatori sanitari sono eroi che
rischiano la vita ogni giorno per noi e mai saremo sufficientemente
riconoscenti nei loro confronti, non è per loro questa affettuosa
protesta, ma per me e per tanti altri che guardano dalla finestra lo
scorrere della peste ed il suo corteo di vittime. Carissimi morti, ora
che siete vivi pregate per noi che siamo morti nel cuore e non
capiamo che il morire è un atto solenne cui va data importanza ed
ascolto. Nella scena della peste di Milano, nella volgarità e nella
banalità della morte, Manzoni scrive una pagina mirabile sulla
bellezza del morire quando racconta l’incedere della “Madre di
Cecilia”: porta sulle braccia la figlia morta come si porta una bambina
a Battesimo, con la veste bianca, i capelli ben pettinati come per una
festa. I monatti abituati ad ammassare cadaveri senza alcuna cura
colgono il dolore della donna, la bellezza della piccola morta, la
tristezza del distacco, il dramma del momento e, per un attimo, si
inteneriscono e fanno spazio con cura alla giovane vittima sul carro
della morte. La “Madre di Cecilia” è un capolavoro sull’arte di
trasformare l’evento della morte in una liturgia del morire. Lo so,
carissimi morti, molti cestineranno questa lettera come voce fuori dal
coro, ma io a voi volevo rivolgermi e non ad altri, a nome di tutti
desideravo chiedervi perdono, assicurarvi, ma questo già lo sapete,
che il vostro vescovo e i vostri parroci ogni giorno celebrano per voi,
come in un rito funebre “assente cadavere”, e chiedervi di aiutarci a
“vivere nel momento giusto per morire al momento giusto”. Stavo
per chiudere con “Pace e Bene!”, ma mi accorgo che voi non ne avete
bisogno ora che siete nella Pace piena e nel Bene sommo.
Voi non ne avete bisogno. Noi sì.

Vescovo Arturo

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