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Per Renzi la strada resta in salita

 

L’evidente successo di Matteo Renzi alle primarie democratiche del 30 aprile è solo una tappa, per quanto importante, della resurrezione politica dell’ex presidente del Consiglio dopo la cocente sconfitta del referendum costituzionale. Non si ripeterà il blitz di quattro anni fa quando, nel giro di appena due mesi l’ex sindaco di Firenze passò dal Nazareno a palazzo Chigi per poi portare il suo partito al grande successo elettorale delle europee nel 2014. I ritmi della politica italiana sono tali da bruciare rapidamente le leadership, e il ritorno di Renzi è probabilmente appesantito dalla stessa lunga durata della sua permanenza alla guida del governo; ma più ancora è il mutamento del quadro politico a disegnare un futuro incerto. Anche se le elezioni del 2013 avevano visto un testa a testa fra Pd e movimento di Grillo, la risicata vittoria alla Camera aveva consegnato ai democratici di Bersani una larga maggioranza, poi ereditata dal suo successore: l’intera legislatura si è dipanata all’insegna del sistema maggioritario che ha consentito una governabilità nel complesso abbastanza facile, ma ora tutto è cambiato e la mutazione proporzionalista, insieme alla crescita di tre aree politiche di pari consistenza (almeno sulla carta), comporta la necessità di stringere alleanze prima o dopo le elezioni. Intanto, si deve modificare la legge elettorale con una normativa nuova che prenda atto della realtà tripolare del sistema, garantisca la rappresentanza e la formazione di governi stabili. L’accordo sulla riforma dell’Italicum potrebbe prefigurare quello sul programma, e in qualche modo prenotare il futuro, sempre che gli elettori rispondano positivamente; ma in proposito le idee non sono affatto chiare e la diffidenza tra i partiti regna sovrana. Davanti a Renzi si aprono due strade, entrambe non prive di ostacoli. Potrebbe privilegiare l’alleanza con il centrodestra, o meglio l’adozione di una linea in grado di attirare elettori di quell’area, oppure aprire a sinistra verso il “Campo democratico” che l’ex sindaco di Milano Pisapia sta cercando di costruire aggregando componenti di diversa provenienza ma tutti collocati alla sinistra del Pd. E’ probabile che il riconfermato leader dei democratici non abbia ancora scelto, e si comprende il motivo dell’incertezza. L’intesa con Berlusconi – il patto del Nazareno – fu la strada che gli consentì l’ingresso a palazzo Chigi e un anno di governo senza problemi, praticamente fino all’elezione di Sergio Mattarella alla presidenza della Repubblica, quando Berlusconi prese a pretesto il fatto di non essere stato consultato per rompere un’alleanza che lo stava visibilmente logorando. Un percorso simile non è più praticabile, nel momento in cui Berlusconi sta tentando di ricostruire l’unità del centrodestra mettendo insieme Lega e Fratelli d’Italia. D’altra parte lo sfondamento elettorale verso il centro non è riuscito a Renzi neppure nei momenti del suo massimo splendore. La ricostituzione del centrosinistra insieme al “Campo democratico” sarebbe certamente più congeniale per il Pd, ma anche qui non mancano problemi. Si imputa a Renzi il veto posto a D’Alema, ma par di capire anche a Bersani e Speranza, protagonisti di una scissione che è troppo recente per impedire una qualsiasi riconciliazione; tanto più che il veto degli scissionisti nei confronti del segretario democratico non è meno drastico. Spetterebbe a Giuliano Pisapia dar prova di leadership; ma l’ex sindaco appare incerto sul da farsi: finora ha detto più dei no – no ad un governo con Berlusconi, ma anche ad uno con i 5 Stelle; no ad una lista insieme al Pd e tanto meno all’ingresso nelle liste del Pd – che dei sì, cioè delle proposte capaci di aggregare forze politiche indubbiamente simili ma pur fortemente caratterizzate. Oltretutto, le prossime elezioni politiche sono un’incognita per tutti i partiti, ma più ancora per il “Campo democratico” che non ha mai sperimentato la propria consistenza sul campo. E intanto si avvicinano le amministrative di giugno che potrebbero scompaginare tutti i giochi: si vota in oltre mille comuni fra cui quattro capoluoghi di regione, per un totale di circa dieci milioni di lettori. Per Renzi la prossima tappa di un percorso in salita.
edito dal Quotidiano del Sud

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